«Urbanistica, la legge del centrodestra è disastro per il paese»
Pier Luigi Bersani
Un'intervista all'autorevole esponente dei DS, raccolta dal l'Unità del 20 aprile 2004, conferma la netta opposizione alla proposta "unificata" della Casa delle libertà, "Preferiamo nessuna legge di riforma ad una legge sbagliata, fatta male e dannosa per il paese"
FIRENZE La prossima settimana la commissione ambiente e lavori pubblici della Camera inizierà a votare la legge di riforma dell'Urbanistica firmata dall'azzurro Lupi, definita «testo unificato». In realtà di unificato, cioè condiviso, c'è ben poco. Anzi niente. È un testo deciso dal centrodestra, più volte rimaneggiato, sintomo di una grande approssimazione che via via ha trovato sempre maggiori oppositori, le Regioni anzitutto. Ieri a Firenze se ne è discusso a lungo, al convegno nazionale dei Ds «Dall'Urbanistica al governo del territorio». La distanza fra i due poli su un argomento come questo è notevole. Da Alfredo Sandri a Fabrizio Vigni, passando per l'urbanista Paolo Urbani, tutti d'accordo su un punto: oggi la gestione del territorio è un argomento centrale nella politica del paese. Ieri alla fine del convegno ci si è salutati con un impegno: un tavolo di lavoro con amministratori regionali e Ds per seguire il percorso della legge di riforma. A lanciare il monito è Pier Luigi Bersani, responsabile economico Ds: «Preferiamo nessuna legge di riforma ad una legge sbagliata, fatta male e dannosa per il paese. Il centrodestra non può pensare di continuare a legiferare a colpi di maggioranza».
I Ds dicono no alla proposta del centro destra di riforma della legge sull'urbanistica.
Il loro testo nella sua ultima stesura denota dei passi in avanti, perché si sono resi conto di essere partiti con un'impostazione di retrogardia. Malgrado ciò non risulta affermata in modo coerente l'ispirazione del titolo V della Costituzione, tanto che il governo del territorio viene ridotto all'urbanistica e ad un po' di mobilità. Nel meccanismo della negoziazione e della sussidarietà, poi, vi è una palese sottostima della forza conoscitiva e definitoria di una pianificazione pubblica. Dal punto di vista della individuazione dei protagonisti della pianificazione, invece, c'è molta approssimazione e una forte carenza nel livello intermedio di pianificazione, che diventa facoltativo, individuandolo intorno ad enti non meglio definiti.
Quali sono i punti qualificanti della proposta dei Ds?
C'è un approccio pienamente consapevole della nozione di governo del territorio che per noi significa mettere a connessione e a sintesi elementi che sono riferiti agli assetti fisici, urbanistici e ambientali, della mobilità e dei servizi. Si tratta di una visione largamente mutuata dalle migliori esperienze già adottate nelle regioni governate dalla sinistra, come l'Emilia, la Toscana e l' Umbria. Noi diamo indicazioni piuttosto chiare di chi fa che cosa ai diversi livelli istituzionali come regioni, province e comuni. E questo non significa pianificazione dirigistica perché si tratta di pianificazione di indirizzo in sede regionale, mentre riguarda quella comunale in doppia chiave: il comune fa un piano strutturale e un piano operativo di cinque anni, cioè della durata dell'amministrazione, superando in questo modo il piano regolatore nella sua fissità. Il piano operativo deve essere compatibile con quello strutturale ma ha una ampia flessibilità per poter essere realizzato attraverso progetti, che possono essere proposti anche dai privati, secondo meccanismi di negoziazione dove nel negoziato, però, si è in due e il pubblico ha un suo punto di vista codificato, chiaro. Non si può permettere di negoziare soltanto a chi porta i soldi. Certo, la nostra legge è più complessa, più lunga, la loro è più corta, non per incuria o incompetenza, ma per lassismo verso un'idea della sussidiarietà al rovescio.
Come mai fino ad oggi non è stato possibile riuscire a formulare una legge di riforma?
Perché è una materia di una complessità enorme. Credo che il motivo di fondo vada cercato nell'idea che c'è stata per decenni dell'urbanistica intesa come definizione dei particolari a livello comunale, mentre a livello centrale si dovevano fare le grandi politiche di settore. Di fatto chiunque decideva qualsiasi cosa, sull'acqua o sull'uso del suolo. La seconda fase è arrivata con l'affermarsi del ruolo delle regioni e quindi anche la legislazione nazionale ha fatto dei passi avanti. Adesso, anche dopo le esperienze maturate nelle regioni governate dalla sinistra , saremmo pronti a lavorare a una legislazione nazionale più coerente con l'idea di governo del territorio.

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