eddytoriale 158 - Dopo Berlusconi
Eddyburg
La condanna di Silvio Berlusconi a 7 anni di reclusione e, soprattutto, all’interdizione dai pubblici uffici  merita un valutazione immediata, almeno nel senso di proporre alcuni primi spunti di riflessione. Il primo è il seguente. Ancora una volta, come nel 1991, dobbiamo essere grati alla magistratura, per aver rivelato il vulnus alla concezione dello “stato di diritto” che la politica dei partiti aveva lasciato paurosamente degradare. E ancora una volta la magistratura ha ricordato agli italiani che, a partire dall’illuminismo e dalla rivoluzione borghese, il potere giurisdizionale è distinto da quelli legislativo ed esecutivo (la magistratura è autonoma rispetto alla politica, e viceversa)

Non condividiamo perciò affatto chi critica l’evento del giorno perché la magistratura avrebbe occupato uno spazio non suo facendo ciò che sarebbe stato di competenza della politica. Quel tanto di liberale che è riuscito a sopravvivere nel nostro sistema istituzionale e nella Costituzione garantisce appunto quell’equilibrio tra i tre poteri (legislativo, esecutivo, giurisdizionale) distinti ma concorrenti nel garantire l’interesse generale, anche là e dove uno dei tre non svolge appieno il proprio ruolo.

Come nel caso dell’indagine “mani pulite” la magistratura ha svelato oggi la profondità e l’estensione dell’illegittimità che la malapolitica aveva provocato o tollerato nell’amministrazione della cosa pubblica: in quegli anni per opera di Craxi e del suo partito (e invano denunciato da Enrico Berlinguer), oggi per opera di quel Berlusconi che del Craxi fu beniamino e, di fatto, erede.

Se la magistratura ha potuto, com’ era suo dovere costituzionale, ripristinare il diritto non ha potuto però (e non è sua responsabilità farlo) sanare il danno compiuto dal trentennio craxiano-berlusconiano (squallida versione italiana del neoliberismo della globalizzazione capitalista. Ci ha liberati da Berlusconi per quel che quel personaggio rappresentava come incitazione e pratica di comportamenti illegittimi, non della pervasiva ideologia del berlusconismo. Questo è un compito che spetta – che non può non spettare - alla politica. Un compito immane, oggi ancora più che dopo lo svelamento di Tangentopoli. Riteniamo anzi che l’ultima fase della politica nazionale (quella della “pacificazione” e delle “larghe intese”) costituisca il momento di maggior trionfo del “berlusconismo”.

Quali tortuosi percorsi occorrerà scegliere e praticare per uscire, al tempo stesso, dalla crisi dell’economia e della società e dal morbo del berlusconismo? Non  se ne vedono molti. Né fulgide appaiono le luci che vediamo all’orizzonte. Perciò commentiamo questo articolo con l’antica vignetta di Altan dove la sconsolata signora esclama: “ho avuto un incubo: c’era il dopo-Berlusconi e che a me mi toccava pulire e rimettere in ordine”.

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