Eddytoriale 153 (3 luglio 2012)
Eddyburg
Diciamo noi: non avete torto,né gli uni né gli altri, ma cerchiamo di capire la cosa più a fondo tenendo conto delle parole adoperate e del contesto in cui risuonano e prendono senso. E allora ci prende paura. Avevamo espresso il nostro timore già all’inizio della giostra postillando un articolo ragionevole, che vedeva alcuni difetti dell’annunciato provvedimento ma non ne individuava quello che a noi sembrava esserneil vizio di fondo: commentando, avevamo scritto: Il primo segnale di pericolo è nel titolo del nuovo strumento: “Contratto di valorizzazione urbana”. E prodeguivamo:

«Sappiamo fin troppo bene che, quando si parla di “valorizzazione” nelle politiche urbane e territoriali ci si riferisce all’aumento della rendita urbana e della quota di essa che ne viene a quelli che una volta si chiamavano speculatori, e oggi “investitori immobiliari. Sappiamo che dal pensatoio (si fa per dire) dal quale emergono questi strumenti, sono nati e proliferati quei progetti speciali, battezzati con accattivanti denominazioni, tutti orientati a facilitare gli affari degli “investitori immobiliari” derogando dalle regole di una corretta pianificazione urbanistica e di un’adeguata partecipazione sociale.» Oggi lo riconosce perfino l’INU.

Ponevamo infine una domanda che ci sembra cruciale per valutare qualsiasi intervento sul territorio: legge, piano, progetto, negozio che sia: chi ci guadagna e chi ci perde? Nello specifico, a chi serviranno i pochi spiccioli sottratti ad altri programmi pubblici. A migliorare la qualità dei quartieri investiti dalla valorizzazione” per i loro attuali abitanti, ad accrescere la quota dello stock di edilizia residenziale utilizzata da chi non può accedere al “mercato”? o a migliorare il “portafoglio titoli” dei soli noti?.

Aspettavamo un documento governativo un po’ più ricco dello striminzito articolo 12 del decreto legge 22-6-2012 n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”,
pubblicato nella G.U. 26 giugno 2012, n. 147. Invano. Allora abbiamo cercato di capire basandoci sulla lettera della disposizione e su ciò che dai giornali e dall’aria che annusavamo (diciamo dal contesto) via via emergeva.

Ecco come si predispone il «piano nazionale per le città»: il responsabile istituzioale è «Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Sarà quindi, pensiamo, il solito ufficio nel Palazzo di Porta Pia dove hanno elaborato quei “progetti speciali” mediante i quali, a partire dagli anni 80, si è scardinata la pianificazione urbanistica e si è aperta una strada più larga agli interessi immobiliari? E’ facile immaginare che lì sarà il pensatoio (e in qualche limitrofo “istituto d’alta cultura”). Ma dopo l’esperienza del passato oggi bisognapremunirsi nei confronti dei “lacci e lacciuoli” di cui altre istituzioni potrebero rivendicare la responsabilità”. Portiamo allora al vertice del meccanismo delle decisioni quello strumento della “conferenza” che è stato così utile nelle altre occasioni: istituiamo - hanno pensato - un concerto preventivo istituendo una Cabina di regia cui affidiamo il comando, e inseriamoci non solo di chi ha responsabilità istituzioali, ma anche con chi ha il potere dominante: quello dei soldi.

Ecco quindi la “cabina di regìa” «composta da due rappresentanti del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di cui uno con funzioni di presidente, da due rappresentanti della Conferenza delle Regioni e delle province autonome, da un rappresentante del Ministero dell'economia e delle finanze, del Ministero dello sviluppo economico, del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, del Ministero per i beni e le attività culturali, del Ministero dell'interno, dei Dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri per lo sviluppo e la coesione economica, per la cooperazione internazionale e l'integrazione e per la coesione territoriale, dell'Agenzia del demanio, della Cassa depositi e prestiti, dell'Associazione nazionale comuni italiani e, in veste di osservatori, da un rappresentante del Fondo Investimenti per l'Abitare (FIA) di CDP Investimenti SGR e da un rappresentante dei Fondi di investimento istituiti dalla società di gestione del risparmio del Ministero dell'economia e delle finanze».

Questo autorevole soggetto predispone il “Piano per le città”. Ma che cos’è questo “piano”? (comma 1 Il pensiero va ad altrettanto soggetti, luoghi e “piani”: a quello redatto dopo la crisi del 1929 dalla Tennessee Valley Authority, nell’ambito del roosveltiano New Deal, o a quello disegnato di Patrick Abercrombie per la Londra distrutta dalle bombe naziste, o a storie più nostrane come il piano “’Ina – Casa” di Amintore Fanfani o il “Progetto Ottanta” di Giorgio Ruffolo e Antonio Giolitti negli anni del centro-sinistra riformatore e non riformista.

Ma nell’Italia di oggi non si fanno piani né programmi, costruiti sulla base di studi e riflessioni, scelte politiche chiare, obiettivi enunciati e provvedimenti con essi coerenti. Si mobilitano le risorse dei potenziali finanziatori offrendo “premialità” e facilitazioni”: dove il primo termine indica cubature in più, o “spalmature” di cubature su terreni più vasti, o attribuzione alle cubature delle utilizzazioni più vantaggiose per il proprietario/promotore, e il secondo termine allude a deroghe ai lacci e lacciuoli derivanti dalla tutela di interessi non coincidenti con la “valorizzazione” dei portafogli privati.

In pratica, quindi, con il Piano città di Monti Lo Stato invita i comuni (l’anello più debole della catena delle istituzioni territoriali e più esposto alle tentazioni immobiliaristiche) a inviare alla cabina i progetti che intende favorire, raccogliendoli dai propri cassetti o dalle offerte dei proprietari/promotori presenti (con i loro suoli o edifici o “diritti edificatori, o “legittime aspettative”) nell’area della sua competenza amministrativa. Questi progetti hanno un nome, rivelatore: «Contratti di valorizzazione urbana costituiti da un insieme coordinato di interventi con riferimento ad aree urbane degradate» (comma 2)

La Cabina di regìa sceglierà, tra tutte quelle presentate, le proposte dalla cui sommatoria emergerà il “Piano per le città”e aggiungerà le proprie ulteriori “premialità” del primo (schei) o del secondo tipo (deroghe, “spalmature”, esondazione di cubature su terreni limitrofi.

Sulla base di quali criteri saranno scelti i beneficiari? Il provvedimento lo dice, con chiarezza, nel 3° comma. Naturalmente c’è il «miglioramento della qualità urbana, del tessuto sociale ed ambientale», come c’è la« riduzione di fenomeni di tensione abitativa, di marginalizzazione e degrado sociale» e il «miglioramento della dotazione infrastrutturale anche con riferimento all'efficientamento (sic - nella compagine dei professori non ce n’è uno di italiano) dei sistemi del trasporto urbano». Insomma, il buon cuore è salvo. Ma il portafoglio batte altrove. Criteri di cui, scommettiamo, si terrà molto più conto sono quelli elencati alle lettere a) e b): l’« immediata cantierabilità degli interventi» e la «capacità e modalità di coinvolgimento di soggetti e finanziamenti pubblici e privati e di attivazione di un effetto moltiplicatore del finanziamento pubblico nei confronti degli investimenti privati»: se il progetto di “valorizzazione economica” è pronto, sei vostri partner hanno i loro suoli ed edifici pronti a essere gratificati, e se alla gratificazione vogliono partecipare altri investitori, eccoci qua. Quello che conta è che aumenti il PIL, con buona pace di Bob Kennedy buonanima e di chi - oggi, domani o dopodomani- sarà danneggiato dall’ulteriore trasformazione del territorio: se il cemento e l’asfalto avrà seppellito un po’ più di terra, la città della rendita avrà prevalso una volta ancora sulla città dei cittadini di oggi e di domani, e qualche altro gruppo sociale sarà stato esplulso verso nuove, più lontane periferie.

Siamo troppo pessimisti? Ci facciamo accecare dalla soverchia attenzione che riserviamo all’ideologia dominante e alla previsioni dei suoi perniciosi effetti? Lo speriamo vivamente. Ma non ci fidiamo. Come non ci fidiamo del fatto che i soldi sono pochini e c’è molta fuffa. Il territorio da devastare, fisicamente e socialmente, è ancora vasto. Perciò rinnoviamo l’appello alla vigilanza.

Che sotto la fuffa della propaganda ci sia altro è confermato del resto, dal fatto che, proprio in questi giorni, i leader dell’immobiliarismo e i loro cantori stanno facendo fuoco e fiamme perché il Parlamento riprenda l’esame dei vecchi provvedimenti “lupeschi”: proprio quelli che si propongono di consolidare i nefasti principi e meccanismi dei “diritti edificatori, della “perequazione” e degli altri strumenti, probabilmente essenziali perché quel Piano città possa effettivamente decollare. Vecchi strumenti, molte volte denunciati su queste e altre pagine (vedi ad esempio l’ eddytoriale 119, e la cartelle che abbiamo dedicato alla Legge Lupi.

Cercheremo di vigilare. E ci piacerebbe che i nostri amici in giro per l’Italia vigilassero anch’essi e ci informassero su quali sono gli avvoltoi, e quali i loro progetti pronti per essere trasmessi, nelle città grandi piccole: a Roma come a Napoli, a Venezia come a Firenze, a Torino come a Milano, a Bologna come a Bari. Informateci, per favore.

Così come ci piacerebbe se la speranza di quelli che abbiamo definito “ottimisti” venisse nutrita dalla riproposizione di ciò che, per realizzare una vera politica delle città, sarebbe oggi necessario proporre agli uomini di buona volontà, là dove ancora ce ne sono. Nei palazzi e nelle piazze.
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