Eddytoriale 149 (4 novembre 2011)
Eddyburg
Giorgio Nebbia, in una lettera cui con queste parole rispondiamo, ci invita a ricordare quei lontani avvenimenti anche in relazione a quelli di oggi: non solo agli analoghi disastri (nessuno osi più di definirli “naturali”), ma all’aiuto che affrontarli seriamente darebbe il problema del lavoro. E ci ricorda il modo in cui in quegli anni si comportarono i parlamenti e i governi (all’epoca erano istituzioni distinte): appassionato lavoro di commissioni composte da parlamentari capaci di studiare e pensare, mobilitazione di studiosi delle varie discipline coinvolte dotati di strumenti per lavorare efficacemente.

Ne nascevano proposte concrete, proposte di governo. Una di queste va particolarmente ricordata: la commissione De Marchi, così denominata dall’insigne studioso che ebbe la responsabilità di coordinarne il lavoro. È ad essa che si deve quella “legge per la difesa del suolo” (legge 183/1989) con la quale ci si proponeva di difendere, al tempo stesso, le acque in sé e il suolo dalle acque. Detto con le parole della legge, «assicurare la difesa del suolo, il risanamento delle acque, la fruizione e la gestione del patrimonio idrico per gli usi di razionale sviluppo economico e sociale, la tutela degli aspetti ambientali ad essi connessi» (art. 1).

Era una legge molto ben costruita (se ne veda una sintetica illustrazione nel testo indicato calce), i cui riferimenti essenziali sono: la scelta del bacino idrografiico come ambito specifico di pianificazione, programmazione e gestione; la costituzione di un organismo specializzato per la definizione e attuazio edelle scelte; la priorità delle determinazioni del “piano di bacino” rispetto a qualsiasi altra scelta definita da altri strumenti di pianificazione e programmazione, limitatamente a ciò che pertiene alla materia della “difesa delle acque e dalle acque”.

Se si fosse realmente attuata la legge e se si fossero finanziati gli interventi previsti dai piani sarebbe iniziato una fase di risanamento della strutturale fragilità del territorio italiano: si è fatto il contrario. Alla priorità della difesa del suolo e delle acque si è sostituita la priorità delle strade e autostrade, delle lottizzazioni residenziali, tristiche, industriali. Al governo pubblico del territorio (alla pianificazione urbana e territoriale) si è sostituita le derogolazione, privatizzazione, cementificazione a go go. Agli interessi degli abitanti di oggi e di domani si sono anteposti quelli dell’appropriazione privata della rendita. Paghiamo oggi il prezzo di quelle scelte (ahimè troppo spesso bipartsan) in termini di disastri, di vite umane, di disagi diffusi. E sebbene gran parte dell’intellettualità critica indichi oggi nella difesa del suolo una dei grandi temi di un programma economico per un’uscita responsabile dalla crisi attuali, troppo deboli – se non addirittura nulli – sono gli echi da parte di chi ha il potere di decidere e discute, nell’ambito del Palazzo, di come avviare una nuova stagione. E quanti hanno maggior potere si preoccupano anzi di reprimere, adoperando i cavilli di un diritto asservito alla proprietà e i lanciagas della polizia, le tensioni di resistenza e di cambiamento che nascono dai settori più sofferenti e più vigili dalla società civile: come testimoniano i tentativi di annullare i risultati dei referendum e di affogare nella violenza le ragionate proteste nella Vl di Susa.

Eppure, liberare risorse dagli impieghi improduttivi (a partire dalla socializzazione delle rendite finanziarie e immobiliari) e destinarle a un vasto programma di risanamento dei territori e delle città potrebbe dare un decisivo contributo proprio a quella ripresa delle attività economiche che tutti auspicano: rilanciandole però non in funzione di un’ulteriore crescita di consumi opulenti, ma del soddisfacimento di indifferibili esigenze sociali: di tutti. Nebbia ricorda in proposito qualcosa che successe – nell’ambito di una ben diversa fase del capitalismo – nel secolo scorso

Nel 1933, dieci giorni dopo essersi insediato alla Casa Bianca, Franklin Delano Roosevelt predispose, per uscire dalla “grande crisi” del 1929, un ampio progetto per impiegare un esercito di giovani disoccupati al lavoro nelle foreste. Nell'estate del dello stesso anno 300mila americani, celibi, dai 18 ai 25 anni, figli di famiglie assistite, erano nei boschi, impegnati nei lavori di difesa del suolo che da molti anni erano stati trascurati.

Negli anni successivi, in varie campagne, due milioni di giovani lavoratori, complessivamente, piantarono 200 milioni di alberi, ripulirono il greto dei torrenti, prepararono laghetti artificali per la pesca, costruirono dighe, scavarono canali per l'irrigazione, costruirono ponti e torri antincendio, combatterono le malattie dei pini e degli olmi, ripulirono spiagge e terreni per campeggi. 

Nell'aprile 1935 fu creato il Soil Conservation Service col compito di difendere il suolo, anche se era di proprietà privata, per conto della collettività.


Né il ricordo di questi lontani avvenimenti (e di quelli analoghi nell’Europa socialdemocratica), né la memoria del “piano del lavoro” proposto nel 1946 dalla CGIL di Giuseppe Di Vittorio ha alimentato la ricerca di soluzioni ai problemi di oggi là dove si decide (o si fa finta di decidere). Intanto il paese si disgrega nella sua fisicità e nella sua società. Siamo costretti a celebrare l’anniversario delle alluvioni del novembre 1951 e 1966 sotto il segno dello sgomento, anzichè quello della speranza.


Una sintetica illustrazione della legge è nel libro E. Salzano, Fondamenti di urbanistica, Laterza 2003, nel paragrafo "La difesa del suolo" scaricabarile qui sotto. Una più ampia relazione sulla nascita e sull'attuazione della legge 183/1987 è quella di Passino (2005). Per il "Piano del lavoro" della CGL vedi l'editoriale n.
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