Falsità mediatiche. L’Aquila non riparte
Vezio De Lucia
L’editoriale che introduce l’ampio servizio della rivista Valori (anno 9, n. 75, dicembre 2009-gennaio 2010) sul dopo-terremoto in Abruzzo


A quasi otto mesi dal terremoto, a me pare che l’argomento sul quale si dovrebbe maggiormente riflettere sia quello dell’informazione. Gli approfondimenti critici, salvo rare eccezioni, sono pochissimi, prevale l’ottimismo ufficiale, dominano le immagini festose di Silvio Berlusconi che inaugura nuovi alloggi. Anche la stampa e le reti televisive non favorevoli al governo riconoscono in genere che la ricostruzione del capoluogo abruzzese è stata avviata positivamente, e la accreditano come un successo del presidente del consiglio e della protezione civile.

Invece non è così, all’Aquila la cose vanno molto male, e sarà difficile rimediare agli errori commessi. La ricostruzione è stata impostata come problema esclusivamente edilizio, accantonando la dimensione territoriale, senza un progetto di città. Non era mai successo prima. Mi riferisco soprattutto alla decisione, assunta pochi giorni dopo il terremoto, di costruire nuovi insediamenti abitativi permanenti – abusivamente definiti new town – con l’obiettivo di passare immediatamente dalla tenda alla casa, evitando le sistemazioni in alloggi provvisori, come si fece, per esempio, dopo i terremoti del Friuli e dell’Umbria, dove la ricostruzione è stata tempestiva e soddisfacente.

I dati riportati nelle pagine seguenti dimostrano che i nuovi alloggi in costruzione non bastano (ospiteranno circa 15 mila abitanti, un terzo degli sfollati che stanno negli alberghi sulla costa, in altre sistemazioni precarie, alcuni ancora in tenda) e costano più del doppio delle tradizionali casette provvisorie. Ma qui interessa soprattutto porre in evidenza che l’operazione new town determina lo stravolgimento dell’assetto tradizionale dell’Aquila. Già prima del terremoto la città contava più di 30 frazioni, ma la costellazione urbana era tenuta insieme dalla forza centripeta di un centro storico di grande qualità estetica e funzionale, che agiva come formidabile contrappeso alla dispersione. Nel centro erano concentrate tutte le funzioni pregiate, le istituzioni, circa 800 attività commerciali, lì risiedevano almeno 6 mila studenti. Il terremoto proprio nel centro storico ha prodotto i danni più gravi, determinando il suo totale svuotamento. E dal 6 aprile non si è fatto nulla per riportalo in vita. La maggioranza degli edifici, anche molti monumenti, sono senza protezione, destinati a un degrado irreparabile. Tutta l’energia organizzativa e finanziaria è stata concentrata nella realizzazione delle micro new town (una ventina), disseminate in ogni direzione.

Il modello impresso alla ricostruzione accentua la già netta propensione allo sparpagliamento e a un insensato consumo del suolo. Se prima del terremoto un terzo della popolazione dell’Aquila viveva nelle zone esterne e il resto nelle aree centrali, è inevitabile l’inversione del rapporto, e la stragrande maggioranza dei cittadini vivrà in una sterminata periferia, senza forma e senza memoria. La città non sarà più la stessa, sarà irresistibile la spinta all’esodo, e all’Aquila non si potrà dire, com’è stato in altre circostanze, che il terremoto ha fornito l’occasione per dare slancio a una nuova vitalità culturale, economica e sociale, ma si dirà che ha accelerato fenomeni di declino già manifesti.

Che fare per impedire, o almeno smorzare una tendenza così disastrosa? Intanto, subito, si dovrebbe avviare il recupero del centro storico, mettendo a punto un adeguato progetto di restauro – gli esempi non mancano –, concentrando su di esso ogni risorsa disponibile.

(14 novembre 2009)

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