Una città italiana scossa nel cuore culturale
Michael Kimmelman
L’Aquila: la verità sulla ricostruzione negata sta emergendo e si sta diffondendo. Da The New York Times, 23 dicembre 2009 (m.p.g.)
Titolo originale: An Italian City Shaken to Its Cultural Core – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Le città impiegano secoli a crescere, ma possono morire in un batter d’occhio.
Dopo il terremoto che in aprile ha fatto centinaia di vittime e lasciato decine di migliaia di persone senza casa, dentro e attorno il nucleo medievale e barocco di questo centro un centinaio di chilometri a est di Roma, è stata straordinaria la reazione di emergenza. Soro accorsi volontari da tutta Italia in aiuto. Installati rapidamente villaggi di tende fuori dalla zona a rischio. Organizzati concerti per dare speranza e idea di continuità, e presto gli operai iniziavano a costruire decine di complessi abitativi fuori dalla città.
Ma oggi, poco prima della scadenza di gennaio in cui il governo regionale il ministero italiano delle cultura si apprestano a rilevare l’impegno della ricostruzione dall’organismo di emergenza, pare in gioco il futuro sui tempi lunghi di L’Aquila. Mancanza di fondi, volontà politica, buon senso architettonico, controllo internazionale — oltre all’inclinazione tutta italiana per un modo di pensare un po’ irrazionale — minacciano di portare a termine il lavoro iniziato dal terremoto.

Non sarebbe neppure il primo caso di una città italiana che non è riuscita a riprendersi da un terremoto. Dopo quello che ha colpito la Sicilia negli anni ‘60, I nuclei storici sono stati abbandonati, lasciando traccia solo nei nomi di fabbricati provvisori pensati come case di breve periodo, ma poi diventate permanenti a causa di negligenze e abbandono. A L’Aquila dovrebbe andare meglio. Si sta provando a salvare i circa 110.000 fra monumenti e operi d’arte che secondo il ministero sono stati colpiti complessivamente dal terremoto.
Ma I responsabili giudicano che ci vorranno 10-15 anni per far tornare alla normalità il centro storico, qualunque cosa possa significare, e tutti i lavori di ricostruzione compresi quelli per le abitazioni private dovranno ottenere il nulla osta dal ministero, un percorso difficile.

Prima del terremoto erano 10.000 le persone che abitavano nel centro, e altre 60.000 fuori. Se passano dieci anni, chi risiedeva nel centro e ne è stato fatto uscire forse non potrà o non vorrà tornare a L’Aquila, e le abitazioni realizzate nelle zone industriali circostanti — sinora sono stati terminati 150 edifici di ferro, legno e cemento — potrebbero aver trasformato l’area sino a renderla irriconoscibile. Bella città medievale in precario equilibrio col barocco (e anche in precario equilibrio più in generale come ha dimostrato l’effetto del terremoto), L’Aquila era anche un nodo commerciale e culturale, centro universitario. Nel giro di pochi anni, se il centro non riprenderà a vivere, potrebbe trasformarsi in poco più di un’attrazione turistica di secondo piano circondata da un indistinto sprawl.

Qualunque tipo di ripresa, in particolare una ripresa rapida, richiede miliardi di euro (almeno una decina, secondo varie stime) che devono essere stanziati in gran parte dal Parlamento italiano. Ma neppure una piccola accisa per la ricostruzione richiesta dal sindaco di L’Aquila e sostenuta da alcuni uomini di cultura, ha avuto seguito. In un paese dove i soldi sono un problema, distratto dalle polemiche da rotocalco sul suo primo ministro, i buoni risultati della fase di emergenza paradossalmente sono riusciti a diffondere l’impressione che a L’Aquila non serve più urgentemente aiuto. Per usare le parole della collaboratrice del sindaco Massimo Cialente, Michela Santoro: “Il messaggio sui media è Va tutto bene. Il che è molto lontano dalla verità”
Cialente, per quanto lo riguarda, si dà molto da fare con giornalisti e telecamere che vanno e vengono dal suo ufficio improvvisato in una ex scuola alla periferia della città, per trasmettere il medesimo desolato messaggio.

“Se non si ricostruisce in modo adeguato” — ovvero, dal suo punto di vista, rimettendo tutto com’era prima, salvo interventi antisismici — “sarà una vergogna per l’intero paese. Avremo una seconda Pompei”.
Una lamentela caratteristica. Spesso gli italiani ritengono di dover ripristinare il passato o finirne relegati. Difficile immaginare alternative.
Roberta Pilloli lavora per il Conservatorio dell’Aquila. Dopo il terremoto aiutò a trasportare I grandi pianoforti del Conservatorio fuori dalle macerie. Gli Aquilani sono fieri della loro forza.
L’altro pomeriggio, in felpa e scarpe da ginnastica stava preparando l’apertura ufficiale, questa settimana, della nuova sede della scuola, un edificio di vetro e metallo da 8 milioni di dollari in un agglomerato oltre il centro, costruito in poco più di un mese.

“Voglio che la mia casa torni esattamente come era”, ci ha detto la signora Pilloli. Stava parlando della sua piccola villetta costruita prima della guerra nel centro città, dove la sua famiglia ha vissuto per generazioni – non un tesoro architettonico, ma non è questo il punto. “E’ la mia identità”, ha aggiunto. “Adesso L’Aquila è morta e si stanno occupando solo di chiese e monumenti, ma non delle nostre case. Ma la città nel suo complesso era un monumento.”

Riguardo ai nuovi edifici di appartamenti costruiti dal governo, che sono simili al nuovo Conservatorio, Aldo Benedetti, professore di architettura a l’Aquila, ha dichiarato: “Non hanno un contesto, nessuna idea architettonica, soltanto il senso di baraccamenti militari, buttati da qualche parte”.
Pier Luigi Cervellati, professore di urbanistica a Venezia, va oltre. Ci ha detto che la ricostruzione dovrebbe concentrarsi nel far tornare i residenti nel centro più rapidamente, non sulla costruzione di abitazioni alternative, o sulle chiese e i monumenti o i centri commerciali. “Un centro che è lasciato vuoto per anni, muore”, ci ha detto “Queste nuove case che stanno costruendo nei sobborghi sono costosissime e non restituiscono senso urbano. Sono come i terminal di un aeroporto. Non hanno anima. Il rischio è che il centro divenga un non-luogo”.

Coloro che abitano nei nuovi appartamenti, in un primo tempo grati di aver un posto qualsiasi, stanno già lamentandosi per la mancanza di spazi, negozi, campi sportivi e ogni altro luogo di aggregazione sociale.
Non ci vuol molto perchè dopo un disastro come questo la gratitudine ceda il posto all’impazienza e alla sfiducia. Voci di corruzione e tangenti stanno naturalmente ingrossandosi. Il Conservatorio è costato circa tre volte più dei previsti 3 milioni di dollari del conservatorio con sala concerti proposto da Shigeru Ban, il famoso architetto giapponese. Gli Aquilani come il professor Benedetti, si stanno chiedendo perchè.

Quale è la soluzione? Anche mentre le bombe stavano cadendo su Londra, durante il blitz del 1940, gli urbanisti inglesi immaginavano visioni di una nuova Londra postbellica. Le calamità diventano un’opportunità per sognare. In assenza di una forte guida di indirizzo, di regole urbanistiche severe o di assemblee cittadine dove i cittadini possano lottare con forza per il futuro de L’Aquila, rimane solo il senso crescente che l’opportunità si sta squagliando. Ma l’opportunità esiste ancora, forse ricollegando assieme la nuova architettura con l’antica, come si fece all’Aquila dopo il terremoto del 1703, quando la città divenne quella famosa del Barocco che ora tutti vogliono preservare come se fosse sempre stata così.

Non come città perfetta, ma reale, viva, L’Aquila potrebbe ancora diventare un modello per un nuovo tipo di centro storico del 21° secolo in Italia.
Ma il tempo sta scorrendo inesorabilmente. Recentemente, mentre visitavo la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Paganica, in rovina, dove il tetto è crollato e una surreale montagna di macerie sta crescendo all’interno, addosso ai finestroni , mi sono imbattuto in un archeologo del ministero dei beni culturali che stava catalogando ogni frammento e che ha perso mezz’ora in mezzo al freddo polare e alla neve per discutere con Michelangelo Saporito, un vigile del fuoco che lavora per la protezione civile. Il signor Saporito, è venuto dalla Sicilia in maggio, cinque giorni dopo la nascita del suo secondo figlio: voleva aiutare. Quella mattina stava mostrando la chiesa ad un visitatore, come aveva già fatto parecchie volte quel giorno con altri visitatori, ma aveva dimenticato di portare il consueto tagliando del permesso.
La burocrazia e le priorità sbagliate hanno affondato il progresso. Sembra una metafora.
Il signor Saporito ci ha detto sospirando: “Ecco il problema”.
[alla redazione dell’articolo ha contribuito Gaia Pianigiani]

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