L'Aquila versione Pompei 2010
Gabriele Polo
Ciò che il terremoto non disfece, lo stanno facendo il governo e l’inverno. Che, ovviamente, era imprevisto. Il manifesto, 23 dicembre 2009
L'ultima crepa nel cortile di Palazzo Carli s'è aperta l'altra notte. Pioggia e neve riempiono d'acqua le storiche pareti, il ghiaccio le gonfia e le fa «scoppiare». Puntelli e «fasce» tengono in piedi la sede del Rettorato universitario, ma non lo proteggono. Ed è quello che accade in tanti altri edifici storici: l'Aquila si sta sbriciolando. Vanamente un centinaio di persone - operai e vigili del fuoco - continuano ogni giorno a intrecciare legno e ferro per «legare» tra loro le pietre. Secondo l'ingegner Marchetti della Protezione civile, dal punto di vista edilizio «l'inverno farà più danni del terremoto», soprattutto sul patrimonio storico. Alla frantumazione del tessuto umano e sociale ora segue quella che va in scena tra vicoli, strade e piazze della «zona rossa».

Anche a Palazzo Margherita - sede di un consiglio comunale costretto a tenere sedute all'aperto per chiedere la proroga dell'esenzione fiscale - l'intrico di puntelli, la selva di tubi innocenti e di fasciature in legno non ferma l'opera del generale inverno. Sembra un'amara beffa l'affresco di Fulvio Muzi: fascismo, guerra, resistenza e ricostruzione - un sol dell'avvenire che spunta sullo sfondo - con stile realista guardano dalle pareti dell'aula consiliare la rovina reale del 6 aprile 2009, le macerie attorno a banchi da allora mai più toccati, con ancora le cartelle ormai impolverate, ma ciascuna al suo posto, di sindaco, assessori e consiglieri. Tutto sembra fermo, nel centro dell'Aquila. Complice la legge sullo smaltimento dei rifiuti solidi e urbani, le macerie sono ancora quasi tutte lì. E ogni tanto il maltempo ne aggiunge qualcuna.

Pompei 2010

Finora sono stati spesi 20 milioni di euro per «la messa in sicurezza» e si arriverà a quota 50. Ma sono soldi che non bastano a tenere in piedi un centro storico in cui prima del terremoto viveva un quinto dei 73.000 abitanti dell'Aquila, più qualche migliaio di studenti non censiti. Non bastano nemmeno per dare un futuro agli edifici storici, mentre si attende una ricostruzione solo annunciata. Per ora l'unica certezza - si fa per dire - sono le «linee guida» che dovrebbero essere varate in primavera: poi si potrà iniziare, per attingere - attraverso Fintecna - ai 3 miliardi scaglionati tra il 2010 e il 2033.

Per il momento i soli segni di vita - puntellanti a parte - sono il chioschetto di fronte a san Bernardino, lo storico locale «JuBoss» e il bar «Nurzia» che hanno riaperto da qualche giorno: isole di vita nel deserto, imbarazzanti nella loro ricerca di una «normalità» che dia qualche speranza al futuro, come la richiesta del capodanno in centro fatta dalla professoressa Giusi Pitari e sostenuta da 1.500 aquilani - via Facebook, ovviamente. Mentre l'Aquila di oggi sembra una moderna Pompei, triste mèta del turismo da terremoto. Mentre i tanti aiuti internazionali promessi durante il G8 tardano ad arrivare, perché i grandi del mondo a luglio hanno adottato le più belle opere d'arte e promesso milioni, ma quelle ancora aspettano che se ne ricordino. Mentre gli abitanti sopravvivono sparsi tra alberghi, caserme, new village e casette; e il 5% di loro si è già arresa, decidendo di costruire il proprio futuro altrove, lontano dalla dispersione della comunità e delle relazioni sociali imposta dal modello Bertolaso.

La spiegazione di come siano andate le cose in questi mesi ce la dà un operaio cassintegrato (18.000 sono i posti di lavoro persi o «sospesi» in questi mesi a l'Aquila tra mobilità, licenziamenti e Cig): «Io e la mia famiglia siamo costati finora allo stato 40.000 euro. La nostra casa ha danni per 28.000 euro: se ce li davano subito, avrebbero risparmiato e noi saremmo più felici». Invece tutto è rimasto fermo: non che fosse facile, ma un piano di ricostruzione poteva essere avviato subito, soprattutto per gli edifici con piccole lesioni e ne avrebbe tratto vantaggio anche il centro storico. Invece tutti gli sforzi si sono concentrati sul «piano C.a.s.e.», sui new village, perché l'obiettivo era «dalle tende alle case», perché Berlusconi e Bertolaso hanno abbandonato il «modello Friuli»: niente container o roulotte né ricostruzione «dove e come prima», perché - è stato detto - «prima dell'inverno tutti avranno una casa perfettamente arredata».

Tra C.a.s.e. e «casette»

Molto spettacolare, perfetto per le cerimonie di inaugurazione in tv, efficace come strumento di propaganda e di raccolta di consenso (l'Abruzzo e i rifiuti di Napoli sono le due «perle» del governo Berlusconi, così si dice). Peccato che non funzioni, se non molto parzialmente e che i tempi promessi non siano stati rispettati: le tendopoli sono state tutte smontate entro il 30 novembre, ma a metà dicembre, sotto la neve, solo 8.000 persone hanno trovato un tetto «nuovo» in uno dei 19 siti scelti per le «C.a.s.e», un migliaio hanno avuto una «casetta» provvisoria (in gergo Map), mentre quasi 20.000 sono sparse tra alberghi, affitti in case private e caserme; a progetto ultimato - e l'inverno sarà quasi finito - saranno poco più di 16.000 nei New village, il 50% degli aventi diritto, cioè di quelli la cui abitazione è stata valutata inagibile.

Peccato, poi, che costi molto e che il modello Berlusconi-Bertolaso abbia assorbito la gran parte dei fondi finora stanziati: un terremotato assistito - in tenda, albergo o caserma - costa circa 50 euro al giorno, la media del costo di un appartamento «C.a.s.e» è di 120.000 euro, l'intero progetto si porta via 700 milioni di euro. Il decreto Abruzzo ha previsto una spesa per il 2009 di un miliardo 152 milioni di euro, cui si dovrebbe aggiungere un'imprecisata - ma consistente - cifra derivante dalle tante sottoscrizioni fatte in Italia e nel mondo: tutto è finito nel calderone della gestione corrente a disposizione della Protezione civile. Se si fosse fatta la scelta dei container - come in Friuli, come in Umbria e nelle Marche - il costo dell'assistenza e dei primi soccorsi sarebbe stato dimezzato, a favore di una ricostruzione da avviare subito. Ma sarebbe stato molto meno spettacolare. E, probabilmente, anche molto meno lucrativo, visto che l'unica industria fiorente del post-terremoto è l'edilizia, quella stessa che - risparmiando sul cemento - ai disastri del terremoto aveva contribuito. Nel cantiere edile più grande d'Europa chiamato l'Aquila, sono arrivate imprese da ogni parte d'Italia, ma gli abruzzesi non mancano. E oltre alle «C.a.s.e», in attesa della ricostruzione modello Fintecna, un discreto affare è costituito dai Mar (moduli abitativi removibili), una sorta di casette con le ruote che stanno affiancando i Map per sopperire all'insufficienza e ai tempi sbagliati dei New village: basta avere un terreno, anche non edificabile, anche in zona alluvionale, e l'amministrazione pubblica paga 34 euro al giorno per sfollato che vi viene sistemato.

Tra affari passati e futuri, tutta l'attenzione degli sfollati è per la lotteria delle assegnazioni, per il «modello Topazio» che - attraverso un intricato incrocio di dati - stabilisce l'ordine di entrata di ciascuna famiglia nei villaggi «C.a.s.e.». Una classifica difficile da comprendere, che penalizza gli anziani e privilegia i «soggetti produttivi», che non tiene conto del reddito, ma che - alla fine - è banalmente condizionata dai tempi di consegna del complesso cui ciascuna famiglia viene assegnata. Così capita che vicini di casa con famiglie simili per età, numero di componenti e reddito finiscano ai due capi della città ed entrino nel nuovo appartamento a tre mesi di distanza. Alfredo Fegatelli e Monica Pizzetti, prima del terremoto erano vicini di casa, abitavano con le loro famiglie a Bagno piccolo in palazzine costruite in cooperativa. Ma edificate talmente male che - benché terminate nel 2001 - il terremoto ha piegato in maniera irreversibile. Ora, dopo aver vissuto in una tendopoli autogestita ai piedi delle loro vecchie abitazioni, Monica vive a Cese di Preturo dal 29 settembre, Alfredo è appena entrato in un appartamento di Sant'Elia. Quel che li tiene assieme e nutre l'amicizia delle loro famiglie - in giornate per metà perse nel traffico - è il progetto di ricostruzione di nuove palazzine al posto di quelle da buttar giù, sempre in cooperativa, sempre insieme agli altri 58 ex vicini di casa. Attualmente sistemati in appartamenti che hanno trovato pronti per l'uso, in edifici costruiti talmente in fretta da mostrare già qualche crepa. Sparsi sul territorio di una città sbriciolata, nel corpo e nell'anima.

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