L'Aquila, Natale tra i cantieri: tra depressione e speranza
Jolanda Bufalini
Continua la totale omertà sul destino del centro storico. Da l’Unità, 24 dicembre 2009 (m.p.g.)
«Cambiamo aria. Andiamocene via, mi dice mia moglie. Io invece penso: aspettiamo, saranno i bambini a decidere per noi perché se qui non riparte nulla, loro dovranno per forza andarsene». Massimo parla e si tiene la testa che sembra scoppiare. Dalla notte del 6 aprile la sua vita va avanti allo stesso modo: sveglia alle 5 e 30, navetta, pullman Pescara-L’Aquila alle 6 e 30. La strada a quattro corsie corre, il caos comincia quando ti avvicini: scuole, zona industriale, centri commerciali, container che fungono da sede degli uffici, baracchine commerciali, tutto si concentra agli svincoli autostradali. Il paradosso è questo: L’Aquila è una città deserta, L’Aquila - o meglio, la “non città” che si distribuisce intorno al nucleo storico - è invivibile per la congestione del traffico.

Alla sera, quando Massimo si prepara per L’Aquila-Pescara, la testa scoppia. Il problema principale, però, da settembre non è più il suo ma quello dei suoi figli, due bambini di sette e tredici anni. Soprattutto il piccolo non ce la fa più: «Li abbiamo iscritti qui per non perdere il diritto alla C.A.S.A.». La casa su piattaforma antisismica avrebbero dovuto consegnarla per il 20 novembre circa, «invece sembra che non se ne parli sino alla fine di febbraio». Il terreno agricolo di Massimo è stato espropriato ma per la sua famiglia, che dovrebbe rientrare nelle graduatorie, non si è trovato posto. Chi gestisce le graduatorie? «Non si capisce, se vai alla Protezione civile ti dicono che è il comune, se vai al comune scaricano sulla Protezione civile». Però: «Bisogna ammettere che l’emergenza è stata gestita benissimo. Per me no, non è andata bene, ma per gli altri sì». Massimo ripete il mantra che ripetono in molti ma che non tiene insieme l’infelicità di ciascuno con il messaggio che passa a reti unificate: «L’emergenza è stata gestita bene» ma la depressione si taglia con il coltello: Roberto faceva il barista, la cassa integrazione è scaduta il 18 dicembre. E ora? «Mi arrangio in un altro bar, aspettando che il vecchio datore di lavoro decida se vale la pena di riaprire o se il nuovo possa assumermi senza pagare contributi per i primi due anni. Se tutto va male dovrò andare via».

LUCI SOLO PER LE TV
Sul corso Federico II brillano tristi lucine natalizie a beneficio delle sole telecamere (si registrava Porta a porta), perché nessuno vive qui e quasi nessuno viene a passeggiare lungo un percorso che a destra e a sinistra mostra ponteggi e macerie. Le famiglie si riuniscono dove sono, negli alberghi lungo la costa, ad Avezzano, a Pescasseroli. Nelle case assegnate, nelle caserme. Si avvicina il momento di ricordare chi non ce l’ha fatta, di stare vicino a chi è stato più colpito dai lutti. Davanti al cantiere di piazza Duomo ha riaperto la pasticceria delle sorelle Nurzia. Si forma una piccola, paziente fila per il rito natalizio dell’acquisto dei torroni. Tutto procede con difficoltà e lentezza ma nessuno si lamenta. Nella fila e al bancone, il dilemma si ripete: andarsene, partire, ricominciare la vita altrove. Oppure combattere, restare, sperare, nel decreto che posticipi le tasse, nella istituzione della zona franca che darebbe una spinta alla ripresa.

Intanto sono già 14mila le persone che mancano all’appello.Sono quelle che hanno accettato il contributo per la sistemazione autonoma e che, probabilmente, non torneranno più. Non poche in una città che faceva 70 mila abitanti. Nella villa comunale un gruppo di cittadini, insieme a sindacati metalmeccanici e centri giovanili come il 3.32 ha deciso di creare un albero di Natale: una delle piante secolari raccoglie i messaggi, i desideri, racconta di ciò che c’era e che non ci sarà più, che nessun Babbo Natale sarà in grado di portare: il lavoro per i 39 messi in mobilità della Cns, per esempio, che produceva componenti elettroniche e che ha deciso di chiudere perché, spiega la lettera che annuncia la messa in mobilità, «le cose vanno sempre peggio». Fra le cose che c’erano e non ci sono più c’è la fotografia della movida del giovedì sera, quando l’Aquila era la città degli studenti.

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