Centralismo megalomane
Vittorio Emiliani
Non sono molti, nel mondo dei mass media, quelli che raccontano ciò che davvero succede nel dopo-terremoto aquilano.Tra i pochi l'Unità, 20 novembre 2009
La fretta del “ghe pensi mi”, la gran voglia di spettacolo, la supponenza dell’immobiliarista, la megalomania di essere il più grande statista italiano stanno regalando – come nei proverbi contadini (ce ne sono almeno dieci sulla fretta “cattiva consigliera”) – pessimi risultati all’Abruzzo terremotato. Le persone sistemate, senza servizi, nelle famose “new town” berlusconiane risultano appena 4.764 più 1.217 a Coppito e altre 480 nelle casette dei Map. Contro le 13.224 sparse negli alberghi e altre ancora in case private. Mentre le comunità locali si disgregano, nello scontento crescente di sindaci e parroci, e 671 “resistono” nelle Tendopoli.

Berlusconi e Bertolaso hanno agito lungo queste linee-guida: ignorare sprezzantemente le migliori esperienze passate (Friuli e Umbria-Marche); accentrare e commissariare tutto l’accentrabile e il commissariabile (anche in loco, con l’ingegner Luciano Marchetti che non ascolta nessuno); tagliar fuori le Soprintendenze; passare sopra la testa delle istituzioni locali, deboli (i Comuni) o evanescenti (la Regione); spacciare per risposta globale ai problemi una risposta unicamente “edilizia”, per giunta insufficiente, senza curarsi dello sradicamento di migliaia di residenti. L’esatto contrario di ciò che si fece in Friuli (quasi mille morti e intere città distrutte), in Umbria-Marche (pochi morti e però migliaia di edifici religiosi colpiti, 1500 nelle sole Marche), nella stessa Campania dove Giuseppe Proietti guidò con perizia la Soprintendenza speciale e Mario De Cunzo seppe tradurre in tempestivi restauri di chiese e palazzi 300 miliardi di lire dell’80.

Qui tutto è passato, ossessivamente, per la Protezione Civile. Non si sono volute mobilitare energie culturali, competenze tecnico-scientifiche, apporti di alto profilo attorno alla stessa città storica dell’Aquila (siamo ancora al problema delle macerie), ai centri storici minori, alle chiese d’Abruzzo. Non a caso si è nominato il segretario dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) a capo dell’autorità tecnica (tutta da avviare). Nulla di paragonabile a quanto avvenne, positivamente, a Venzone o a Gemona per il Duomo, ad Assisi per la Basilica Superiore di San Francesco, riconsegnata in meno di due anni, e in tanti centri feriti. Berlusconi ha giocato al super-premier. Bertolaso è stato il super-ministro. Nella totale acquiescenza del super- liquidatore Bondi.

Ora emerge il profondo scontento dei parroci nel constatare che per le chiese, anche per quelle meno lesionate, la Protezione Civile non sa in realtà cosa fare. Non ha strumenti tecnici né culturali. E allora si dànno un po’ di euro direttamente alle Diocesi, trasformate (idea mirabolante) in stazioni appaltanti, senza trasparenza. E si paracaduta qua, direttamente dal Vaticano, un vescovo ausiliare senza alcuna esperienza specifica, venuto a “commissariare” (anche lui) i confratelli. E’ sempre più arduo comprendere come e perché certi grandi giornali, le tv non berlusconizzate continuino a tacere o ad avallare sul dramma-Abruzzo versioni da Minculpop o da Istituto Luce anni ’30-‘40.

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Lucida denuncia degli errori compiuti nella ricostruzione dell'Aquila da parte di ex funzionario pubblico della Regione Abruzzo, profondo conoscitore delle vicende e del territorio, nonché attivista dei comitati post-sismici e ambientalisti (e.s./i.b.).
Tomaso Montanari
Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2019. Manca la città ed è inevitabile che sia così, date le premesse. Ma se la memoria si facesse cultura e la cultura comunità, L'Aquila potrebbe dare l’ennesima, memorabile lezione di futuro. (m.b.)
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«Ad una cosa non ci siamo abituati: a non poter avere le prerogative di una normale comunità, a cominciare dalla possibilità di incontrarsi senza essersi dati appuntamento. Mancano i luoghi per questo; non luoghi costruiti ad hoc, ma i luoghi del quotidiano. E per gli aquilani questi luoghi si trovavano nel centro storico».
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