Quell’Abruzzo che è rimasto al 6 aprile
Jenner Meletti
Il governo si autocelebra per una ricostruzione che non c’è: i centri storici sono sigillati e stanno crollando, come la speranza. Dala Repubblica, 15 settembre 2009 (m.p.g.)
«Richiesta recupero macerie e riapertura percorsi nel centro storico. Richiesta autorizzazione per posizionamento temporaneo chiesa in legno in località San Giustino. Richiesta case in legno per Pescomaggiore, Paganica e altre località della Circoscrizione». Il presidente De Paulis è scuro in volto. «Ma come si fa a discutere di "recupero macerie" il 14 settembre, cinque mesi e mezzo dopo il terremoto? Perché dobbiamo chiedere oggi che ci portino casette di legno in cui ripararci e una chiesa fatta con assi di pino per pregare? Paganica è stata sigillata il 6 aprile, come un pacco postale, e ancora non è stata riaperta. Si doveva discutere il 7 o 8 aprile, questo ordine del giorno. Solo così avremmo potuto ricominciare».

Oggi il premier Silvio Berlusconi arriverà a due chilometri da qui. Consegnerà 94 alloggi in casette di legno - costruite dalla Provincia di Trento con un finanziamento della Croce rossa - ai 200 sopravvissuti di Onna. Lenzuola firmate, una torta con spumante e un biglietto di auguri: «Serena vita nella nuova casa». «E così - dice Ugo De Paulis - chi guarda la tv penserà che qui tutto è stato risolto. E invece Paganica sta morendo e come noi stanno morendo i centri storici dell’Aquila e delle sue 64 frazioni. C’è anche chi sta peggio di noi: nel centro di Tempera, ad esempio, non è rimasta pietra su pietra. E pure noi rischiamo di perdere tutto: un centro senza abitanti diventa un cimitero. Le case che sono rimaste in piedi rischiano di essere abbattute dalle altre abitazioni pericolanti».

Manca solo la cenere, nella nuova Pompei di Paganica. Le strade sono però invase da pietrisco e polvere portate giù dalla parte alta del paese dagli ultimi temporali. Come in una macchina del tempo, sembra di tornare al 6 aprile. Il silenzio è assoluto. In via Roma 2 c’è una casa di tre piani i cui muri si stanno piegando verso un’abitazione più bassa, intatta, al civico 3. Una scossa, o il vento di una burrasca, faranno crollare i muri e distruggere anche la casa agibile. Nel vicolo Sdrucciolo dei Perigli ci sono metri di macerie. Anche vico del Golfo è bloccato dalle pietre. In vicolo del Pizzicagnolo le macerie coprono una Fiat bianca. In via degli Angeli il palazzo al civico 44 sta crollando sulle case del 38 e del 40. «Ormai l’inverno è alle porte e ci chiediamo: cosa troveremo a primavera? Qui bisogna portare via le macerie, abbattere le case pericolanti, riaprire almeno alcune strade. Si sono persi troppi mesi e noi stiamo perdendo anche la speranza di rientrare nelle nostre case. Nel disastro, eravamo stati fortunati. Abbiamo avuto cinque morti, a Paganica, ma solo perché quella sera c’era la Via Crucis nel centro storico e alle 23, quando si stava tornando a casa, è arrivata una forte scossa. Tanti allora si sono messi a dormire in macchina o nelle aie». Ci sono ancora le locandine sui muri. Annunciano i «Festeggiamenti in onore di S. Giustino patrono e Santa Maria d’Appari». «Fino al 1927 eravamo un Comune - dice Ugo De Paulis - ora siamo una frazione e non contiamo nulla. L’Aquila pensa solo a se stessa. Le ordinanze che autorizzano i lavori sono arrivate soltanto a luglio, i soldi per la ricostruzione sono stati stanziati solo per le case fuori dalle "zone rosse". Questo, per Paganica e tutti gli altri centri, è un certificato di morte».

Ottomila abitanti, nella circoscrizione. Tremila nelle tende, 2.000 al mare, 3.000 nelle case o «lì attorno, dentro a casette o container». Milleottocento persone andranno nella Case con le piattaforme antismiche, gli altri passeranno l’inverno in hotel o in quelle case che, come per miracolo, sono tornate agibili. In tutto l’aquilano fino a tre giorni fa non si poteva entrare nelle abitazioni classificate B e C, poi un’ordinanza ha stabilito che si può rientrare mentre sono ancora in corso i lavori di riparazione. Fatti i conti, ci si è accorti che i 15.000 posti letto nelle Case (che dovrebbero essere pronti entro Natale) non sarebbero bastati per le 36.354 persone ancora assistite dalla Protezione civile in tendopoli, hotel o case private. «Siamo allo sbando - dicono i Comitati dell’Aquila, 3,32, Rete Aq, Collettivo 99 e Colta, in una lettera inviata al Presidente della Repubblica - perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E così le comunità sono smembrate e il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale».

Anche le «zone rosse» di San Gregorio, Fossa, San Demetrio e di decine di altri Comuni e frazioni sono ferme, come in un tragico flashback, all’alba del 6 aprile. «Noi della Protezione civile - dice Bernardo De Bernardinis, vice capo del dipartimento - abbiamo dovuto affrontare l’emergenza, e l’abbiamo fatto. Entro la fine dell’anno 25 - 30.000 persone avranno un tetto, non un container. Nel centro storico aquilano abbiamo lavorato per la messa in sicurezza di chiese ed edifici pubblici. Anche in altri centri stiamo lavorando perché si possano raggiungere, in sicurezza, le case ancora agibili. Ma per la ricostruzione del centro storico aquilano il sindaco è il soggetto attuatore. E per tutta la ricostruzione, quella detta pesante, la delega è affidata al presidente della Regione, sempre in concerto con il sindaco». Ma c’è chi non vuole più aspettare. «In queste ore - dice Eugenio Carlomagno, direttore dell’Accademia di Belle arti e fra i fondatori dell’associazione Centro storico da salvare - si sta discutendo ancora dove mettere le macerie della città, come se la scossa fosse arrivata ieri. Il sindaco aspetta Renzo Piano e gli architetti giapponesi. Noi diciamo che qui non deve arrivare nessuno: dobbiamo darci da fare, e subito. Facciamo consorzi, fra pubblico e privato, cominciamo a togliere le macerie, ad abbattere le parti pericolanti, a ricostruire. L’inverno è alle porte. La neve negli anni scorsi è stata tenuta lontano dal centro storico perché 20.000 camini buttavano calore. Quest’anno i camini sono spenti e rotti, e faranno entrare la pioggia. Il freddo - qui si va anche a meno 10 - farà gelare l’acqua e spaccherà le pietre. Alcuni privati hanno cercato di coprire i tetti rotti con dei teloni di plastica, ma il primo vento forte li spazzerà via. E si buttano via i soldi. Si spendono anche 300.000 euro per mettere in sicurezza un palazzo, poi se ne dovranno spendere 150.000 per smontare i ponteggi e solo allora si farà l’abbattimento. Perché non farlo subito, questo abbattimento?». La speranza è ormai merce rara, fra le antiche pietre dell’Aquila. «Le banche hanno fatto un accordo con la Cassa depositi e prestiti per finanziare con 2 miliardi la ricostruzione. Ma noi del centro storico siamo tagliati fuori. Quando saremo autorizzati a chiedere un finanziamento, ci diranno: siamo spiacenti, i denari sono finiti».

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