L’operazione è riuscita ma L’Aquila muore
Mario Pirani
Nelle contenute parole di un commentatore, tutta l’idea di territorio smaterializzato dei nostri governanti catodici. La Repubblica, 14 settembre 2009 (f.b.)
Domani Berlusconi consegnerà le prime nuove case ai terremotati dell’Aquila. A cinque mesi dal sisma si tratta di un indubbio successo dell’intervento nell’emergenza. Per contro questa inaugurazione, giustamente festosa per quanti sono restati finora nelle tendopoli, rischia di suonare come una pietra tombale sulle speranze di veder un giorno risorgere il centro storico e la rete dei borghi medievali che con esso si integravano. Via via che si accenderanno le luci nelle abitazioni installate nella cinta periferica e nelle altre zone limitrofe, ancor più angoscioso apparirà quel buco nero, dove sorgeva un tempo la città vera e propria, con i suoi edifici storici, le sue cento chiese, i palazzi, l’università, il Comune, la Provincia, le botteghe, i portici animati giorno e notte. Ancor più assurda apparirà la solitudine di quell’unico anziano abitante che ha rifiutato di lasciare la sua casa, rimasta miracolosamente in piedi, lo storico Raffaele Colapietra, tramutatosi suo malgrado in una icona della testardaggine abruzzese.

Questa infausta divaricazione tra emergenza e futuro urbano è il frutto di una scelta voluta dal governo e subita passivamente dall’opposizione, tranne alcuni rappresentanti degli enti locali, tra cui spicca la brava e coraggiosa presidente della Provincia, Stefania Pezzopane.
Il perché è presto detto. Il governo ha voluto affrontare la catastrofe senza ricorrere ad alcuna misura di finanza straordinaria, come invece avevano fatto quasi tutti i governi italiani, confrontatisi con i vari terremoti, da quello di Messina in poi. Questa volta le risorse sono state reperite nel bilancio ordinario, soprattutto depauperando i fondi destinati al Mezzogiorno.
Era evidente che i mezzi sarebbero sì e no bastati per affrontare l’emergenza, peraltro con un notevole grado di efficacia assicurato dalla Protezione civile. Una decisione dettata dall’imperativo ideologico di una destra ostile per principio ad ogni maggiorazione fiscale, anche quando le ragioni siano sacrosante (una addizionale Irpef spalmata su dieci anni, una cifra infima pro-capite).

Così, mentre va avanti il piano per l’emergenza e alle case antisismiche si aggiungeranno 3000 casette di legno (che dovrebbero un giorno passare agli studenti fuori sede), e mentre i terremotati ancora senza fissa dimora saranno ospitati nelle famose strutture della Guardia di Finanza e in qualche altra caserma (ma sembra restino 8000 persone ancora non collocate), ebbene L’Aquila vera e propria rimane come un gigantesco relitto, abbandonato dopo il naufragio.
La strategia avrebbe potuto essere ben diversa: affrontare l’emergenza immediata, come si è fatto, e, ad un tempo, preparare almeno i progetti urbanistici di ricostruzione e restauro per un prossimo futuro, fissato in calendario, cominciando dagli edifici pubblici, oggi tutti abbandonati, apprestare una legislazione rapida per facilitare l’iniziativa privata di recupero, reperire i fondi indispensabili senza rigettare la leva fiscale straordinaria. Soprattutto puntellare da subito gli edifici pericolanti ed operare quegli interventi rapidi per tamponare il degrado ulteriore che, con l’avvento prossimo della stagione fredda, è nell’ordine delle cose.

Non lo si è fatto ma l’operazione mass-mediatica è egualmente vincente. Berlusconi con il supporto di Bertolaso e del G8 è riuscito a dare il meglio. La sinistra si trova in altre faccende affaccendata. Frattanto gli aquilani possono anticipare de visu lo scenario di una futura Pompei tra la Majella e il Gran Sasso e visitare la «zona rossa», il vecchio centro della città, dalla Villa Comunale a piazza Duomo, addentrarsi per via San Bernardino e via Castello, dove è stato aperto un passaggio, sgombrando le rovine qualche metro in là. Come in un museo il transito, naturalmente pedonale, è permesso ai visitatori per qualche ora al giorno, sotto la sorveglianza dei pompieri. Dalle case abbandonate, dai negozi chiusi, dalle chiese in rovina non può venire alcun segno di vita.

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Lucida denuncia degli errori compiuti nella ricostruzione dell'Aquila da parte di ex funzionario pubblico della Regione Abruzzo, profondo conoscitore delle vicende e del territorio, nonché attivista dei comitati post-sismici e ambientalisti (e.s./i.b.).
Tomaso Montanari
Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2019. Manca la città ed è inevitabile che sia così, date le premesse. Ma se la memoria si facesse cultura e la cultura comunità, L'Aquila potrebbe dare l’ennesima, memorabile lezione di futuro. (m.b.)
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«Ad una cosa non ci siamo abituati: a non poter avere le prerogative di una normale comunità, a cominciare dalla possibilità di incontrarsi senza essersi dati appuntamento. Mancano i luoghi per questo; non luoghi costruiti ad hoc, ma i luoghi del quotidiano. E per gli aquilani questi luoghi si trovavano nel centro storico».
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