Per essere davvero una risorsa il turismo deve essere governato
Pipino Cristinelli
Anche a livello europeo ci si accorge del rischio-turismo e della linea da seguire per scongiurarlo. A Venezia ancora pochi. Da la Nuova Venezia del 12 dicembre 2004. In calce, la Carta di Creacovia 2000
L’ultimo documento di grande rilievo internazionale sulla conservazione e il restauro del patrimonio costruito è senza dubbio la Carta Cracovia 2000, che ha raccolto l’adesione di studiosi di 34 paesi europei ed extra europei. Al punto 11, si sottolinea come «il turismo culturale, oltre che per il suo positivo influsso sull’economia locale, deve essere considerato anche come un fattore di rischio». Si parla solo di turismo culturale, non prendendo nemmeno in considerazione quello con altre finalità e dando quindi per scontato l’altissimo rischio per il patrimonio che queste comportano. In un recente incontro culturale all’Ateneo Veneto è stato reso pubblico che nel 1950 vi era, nel centro storico di Venezia, una popolazione di 145 mila abitanti a fronte delle 500 mila presenze annue di turisti. Per il 2004 i dati parlano di 64 mila abitanti e 14 milioni di presenze annue di turismo.

Le cifre parlano da sole e forse non vi sarebbe bisogno di commento se non fosse per un’incredibile, insostenibile assunto che accomuna quasi tutti gli uomini politici che amministrano direttamente o indirettamente la città di Venezia, così come d’altronde altre città d’Europa. Per tale assunto il turismo dovrebbe sempre aumentare, in conformità alla domanda mondiale. Questo mancato senso del limite, che ottant’anni fa si definiva ingenuamente ed entusiasticamente progressista, è oggi del tutto contrario ad ogni concezione umanistica della realtà ed è contrario, qui a Venezia, allo stesso senso o spirito della città, che fu costruita in riferimento a limiti successivi, con territori acquisiti dalla laguna e nella laguna, con profondissimo rispetto di essa, nonché delle situazioni socio-economiche della collettività in tutti i momenti della storia della città.

Il termine sviluppo, ci dice Abbagnano, deve essere inteso come movimento verso il meglio. Dove è qui il meglio? La parola progresso deriva dal latino, mi muovo pro; questo pro non deve necessariamente intendersi solo come oltre, ma anche a vantaggio. A vantaggio di chi nel nostro caso?

A favorire il senso di sviluppo illimitato, vi è una menzogna, fra le tante qui a Venezia, che ha la finalità di voler far «aggredire» la città da più punti, facendo pensare così di «decongestionare» il centro costituito dalle aree attorno a Piazza San Marco, dove la popolazione ha quasi smarrito ogni suo riscontro psicologico con la città. Al contrario, quest’idea non è che un sotterfugio che condurrà e conduce a un intasamento delle aree periferiche così come sono intasate oggi quelle centrali. Una fermata di ciò che si definisce linea sub-lagunare alle Fondamente Nuove, sarebbe, per esempio, in tal senso decisamente devastante. Si parla, in un panorama mondiale, della limitatezza delle risorse e proprio qui a Venezia, in questa città ricca di risorse culturali, che sono però fragilissime, si vuole pervicacemente procedere ad un cosiddetto sviluppo che è in realtà distruzione.
E in nome di un progresso, che non è certamente a vantaggio dei cittadini, non contenti dello stato di degrado culturale e sociale in cui versa una comunità sempre più privata della propria identità, si tende inevitabilmente ad intaccare la stessa esistenza del costruito.
Le legittime aspirazioni anche economiche dei cittadini veneziani non possono realizzarsi a discapito della città, come se essa fosse un «usa e getta».

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