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Eddytoriale 16 (1 giugno 2003)
17 Maggio 2006
Eddytoriali 2003
1 giugno 2003 – Qualche segno d’ottimismo è venuto con le recenti elezioni amministrative. Certo che il percorso sarà lungo. Forse per questo Cofferati pensa di “rifugiarsi” a Bologna? Non so che pensare. Quello che so, è che intanto bisogna lavorare per cercar di salvare quello che ancora c’è: nel territorio, per esempio. Mercoledì e giovedì 4 e 5 giugno, un convegno su Pianificazione e ambiente al Dipartimento di pianificazione di Venezia, permetterà di dare un’occhiata a quel che succede in qualche area del paese. Forse, mentre i giganti calpestano i campi, svellono gli alberi e abbattono le case, gnomi laboriosi si sforzano di mettere in ordine, salvaguardare e tutelare quello che merita di essere goduto da noi e dai nostri posteri: nelle amministrazioni dei comuni, delle province, delle regioni, dove concretamente si definiscono le regole e si promuovono le azioni suscettibili, forse, di promuovere uno sviluppo non divoratore dei valori incarnati nel territorio ma anzi capace di produrne altri.

Le condizioni di lavoro non sono le migliori: da tutti i punti di vista. Quello delle condizioni materiali, per cominciare. Mentre fiumi di moneta sonante viene diretta verso opere spesso inutili e ancor più spesso dannose (per i modi in cui vengono attivate, se non sempre per la loro natura), si lesinano le risorse minime per il funzionamento delle istituzioni: ad un aumento dei carichi di lavoro dei comuni, per esempio, corrisponde il blocco delle assunzioni e finanche del turnover. Non parliamo dei luoghi dove si conserva la memoria, gli archivi di Stato, dove si tagliano le bollette della luce e non si possono comprare le fettucce per chiudere i faldoni. Non parliamo dei luoghi dove si sviluppa la ricerca e si amministra l’insegnamento, che devono cercare nel “mercato” le risorse (e i corrispondenti vincoli di servitù) per la loro sopravvivenza. Si sa, la “gente” non ha bisogno di memoria né di amministrazione, rinuncia volentieri al sapere e al futuro, solo i “cittadini” se ne servono.Quello delle condizioni morali, poi. Chi lavora per la collettività sa fare a meno dei riconoscimenti e delle gratificazioni (sebbene gli pesi). Ha bisogno, però, di vedere che il suo lavoro ha uno sbocco, che le linee che propone di tracciare (e che l’eletto accetta e approva) divengano effettivamente elementi della realtà. Ha bisogno del rispetto del suo “padrone”, tanto più che esso non è lì per proprio conto ma come mandatario della società che lo ha espresso con il voto: rispetto per il suo lavoro, per il sapere tecnico che in esso ha investito. Le “Bassanini” hanno accresciuto la sua responsabilità personale, non gli hanno dato gli strumenti per rendere più solida la sua rispettabilità professionale.Non c’è da meravigliarsi di tutto ciò. In Italia la pubblica amministrazione non ha mai goduto della stima di cui può giovarsi in altri paesi. Figuriamoci oggi. Un amico francese, alto funzionario dell’amministrazione dei lavori pubblici e dell’urbanistica, mi diceva che, in sede europea, gli riusciva spesso difficile comprendersi con i colleghi di altri paesi a proposito di alcune parole chiave, come ad esempio quella di “interesse pubblico”. Come italiano comprendevo benissimo la sua difficoltà. Se Berlusconi è l’apoteosi di una concezione per la quale gli strumenti dell’interesse pubblico sono finalizzati a servire l’interesse privato, non si può dire che nei petti dei suoi oppositori alberghi sempre una concezione del tutto diversa. “Meno Stato e più mercato” e “privato è bello” sono stati slogan agitati dal centro-sinistra non solo contro la holding di Stato che produceva panettoni.Che in molti comuni, province, regioni si continui a lavorare per rendere la nostra terra e le nostre città più accoglienti e umani (come il convegno di Venezia certamente testimonierà) è un segno di speranza per un futuro verso il quale occorre tenere aperta ogni prospettiva. Con maggiore tenacia e impegno, da parte di ciascuno, quanto più esso appare incerto e lontano.Pianificazione e ambiente 2003

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