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Barbara Spinelli
Elogio della divisione
14 Febbraio 2007
Articoli del 2006
Un invito alla ragione. Ma la responsabilità non è forse più forte dove è maggiore la forza? Da la Stampa del 19 novembre 2006

Alla vigilia dei cortei che ieri sono sfilati a Roma e Milano sul conflitto Israele-Palestinesi, e prendendo in anticipo le distanze dalla manifestazione di Roma, Piero Fassino ha detto una cosa su cui conviene meditare: contrariamente a quel che accade altrove, in Medio Oriente i confini tra aggressore e aggredito non sono del tutto chiari. Ambedue le parti hanno ragioni. Ogni giorno le milizie palestinesi colpiscono con missili le città israeliane di Sderot e Ashkelon, ogni giorno l'esercito israeliano colpisce a morte civili e non civili, e di fatto è tornato a occupare Gaza dopo il ritiro unilaterale dell’estate 2005.

“In Medio Oriente non sono in conflitto un torto e una ragione, ma due ragioni”, conclude Fassino: perché è legittima la volontà israeliana di vivere nella sicurezza, ed è legittima la volontà palestinese di veder liberato uno spazio su cui costruire uno Stato, e non una terra desolata che Israele circonda con soldati e occupa con colonie.

È dai tempi della Grecia antica che quando si ha conflitto fra due ragioni egualmente valide si oltrepassa la normale contrapposizione e si ha invece aporia, che significa assenza di passaggio, di percorso. L'aporia è stoffa di cui è fatta la tragedia, che è una condizione moralmente insolubile, sormontabile solo con espedienti che aggiustino la morale salvaguardandola. In politica, dall’aporia si esce con una parziale rinuncia alle proprie ragioni, alla propria sovranità. Tragica è dunque la condizione in Israele-Palestina, e per forza essa crea perplessità morale e poi divisione. Ma è proprio qui (nella divisione tra pareri contrari, non ignorata ma accettata) che comincia il percorso d’uscita. La divisione è non solo lievito della decisione politica, ne è anche la premessa.

Per questo desta qualche preoccupazione la maniera in cui parte delle comunità ebraica italiana ha reagito alle parole di D'Alema, espresse in un'intervista all'Unità del 10 novembre. È molto tempo che il ministro degli Esteri è accusato di faziosità: tempo fa venne accusato di equidistanza, oggi è sospettato di partigianeria anti-israeliana. Il colmo, tuttavia, l'avrebbe raggiunto sulla questione della diaspora. Questione spinosa, intoccabile: qual è il suo ruolo, e quale il suo rapporto con lo Stato d'Israele? Deve esercitare pressioni su quest’ultimo, come comunità? Può dividersi su Israele? È l'appello a dividersi e a premere sulle scelte israeliane che ha suscitato fortissimo sdegno. D'Alema è accusato di fare elenchi di ebrei buoni e non buoni, democratici e non, come usano gli antisemiti.

Vorrei fare qui l’elogio della divisione. Essendo la comunità ebraica un’associazione, essa può avere posizioni più o meno democratiche, più o meno pacifiche, più o meno favorevoli a negoziare con gli avversari di Israele. Non c’è niente di male a evocare e invocare tale divisione, ineluttabile. Non si parla qui del singolo italiano ebreo: individualmente egli non è tenuto a pronunciarsi per il solo fatto d’essere ebreo. Ma chi è iscritto in una comunità entra a far parte di un gruppo di pressione religioso, culturale e politico. Il che vuol dire: sulla condotta d'Israele ha da farsi un'opinione, cosa che comunque fa quando sceglie di essere attivista d’un collettivo. Alcuni, in diaspora, sentono addirittura una doppia lealtà: verso il paese di cui son cittadini e verso Israele.

Negli Stati Uniti si discute molto di questi dilemmi, da quando due professori, John Mearsheimer e Stephen Walt, hanno scritto nel marzo scorso un saggio attorno al peso che la lobby ebraica ha sulla politica americana. Le loro tesi sono state contestate o approvate, non solo fuori dalla comunità ebraica. In particolare, la critica rivolta dai due accademici alla lobby più conservatrice e faziosa (l'Aipac, Comitato americano-israeliano di pubblici affari) è discussa con veemenza dentro lo stesso Comitato. Sul giornale israeliano Haaretz, il 17 novembre, Gidon Remba, iscritto all'Aipac, accusa l'associazione di non difendere le ragioni dello Stato israeliano ma di militare in favore delle sue componenti più bellicose, conservatrici, fondamentaliste.

Simile militanza - continua Remba - è tutt'altro che condivisa dagli ebrei americani: almeno la metà e forse più della metà «considerano che la politica dell'Aipac sia perniciosa per la ricerca israeliana di pace e sicurezza». Occorre di conseguenza «creare una lobby ebraica moderata», che rispecchi la varietà della diaspora e separi i democratici dai non democratici. Questo in sostanza ha detto D'Alema: quel che avviene in America, potrebbe utilmente avvenire in Italia. Chi l'accusa di voler fare elenchi di buoni e cattivi, democratici e non democratici, vede il mondo ebraico come un collettivo chiuso, monolitico, incompatibile con la diversità. E trasforma tale visione in tabù. La divisione d'altronde è anche in Italia fisiologica. Non è concepibile che gli ebrei italiani siano in blocco a favore del premier Olmert e anche del suo nuovo vice, Avigdor Lieberman, che rappresenta l'ala più razzista e anti-araba della destra israeliana.

Dividersi in diaspora vuol dire che anche gli altri possono dividerti e catalogarti. È il primo espediente della politica. È la fine della messa all'indice di opinioni diverse, e della fusione integralista che vien fatta tra chi avversa i governi israeliani, chi avversa il sionismo e chi avversa l'ebreo in quanto tale. Nella diaspora c’è una varietà grandissima, che non esclude l'ebreo non sionista. È una varietà che va salvaguardata, soprattutto da quando l'uccisione di civili è divenuta un’usanza anche israeliana, in Libano o a Beit Hanun nella striscia di Gaza. È vero, esiste il rischio di condannare Israele più di quanto si condanni il terrorismo islamico. Ma la santuarizzazione della popolazione civile non esiste nel terrorismo islamico, mentre esiste in Israele che è una democrazia.

Scoprire che la storia è tragica e che su di essa tocca dividersi è più che mai urgente, oggi. La diaspora risente di quel che accade in Israele, anche quando non ne vuol sapere nulla. Una politica bellicosa a Gerusalemme ha effetti perniciosi su ciascun ebreo in diaspora e questo crea responsabilità speciali: responsabilità dello Stato israeliano verso la diaspora, e della diaspora organizzata per quello che fa Israele.

C'è urgenza per vari motivi. Ha detto il re di Giordania Abdallah che se entro il 2007 non ci sarà uno Stato palestinese, i terroristi avranno il completo monopolio della violenza nei territori. Non pochi analisti in Israele sostengono che l'assedio brutale e l'immiserimento di Gaza creerà una più agguerrita generazione di terroristi e che Hamas sarà sostituito da Al Qaeda, come in Iraq. Infine c'è il problema della solitudine israeliana, sollevato da Furio Colombo nella replica a D'Alema (l’Unità, 13-11). Aver fiancheggiato con tanta veemenza la politica di Bush, e averla in parte ispirata, non ha aiutato Israele ma l'ha stremato. Le amministrazioni Usa non l'abbandoneranno ma le loro politiche cambieranno. Saranno più attente ai propri interessi, non identici a quelli israeliani; chiederanno a Israele di fare più concessioni, di accettare negoziati con l'Autorità palestinese, con la Siria, magari con l’Iran. I primi sforzi di riadattamento già si percepiscono. C’è un nuovo piano Beilin, lo stesso politico che negoziò l'accordo di Ginevra nel 2003. C'è un abbozzo di iniziativa europea, per ora ristretta a Italia, Spagna e Francia. Disprezzare questi tentativi non produrrà più sicurezza per Israele.

Resta naturalmente il dramma dell'Iran e dei tanti arabi per cui l'Olocausto non è tabù: Ahmadinejad lo ha abbattuto in loro nome. Occorre anche qui una storia revisionista che faccia tabula rasa delle mitologie, come è avvenuto in Israele negli Anni 80. Occorre ricostruire e ripensare la cacciata degli ebrei dai paesi arabi, e anche l'aiuto che tanti arabi diedero agli ebrei perseguitati durante la Shoah. È quello che sostiene Rashid Khalidi, professore alla Columbia University, sul Boston Globe dell'1 ottobre: il grande compito dei palestinesi, se vogliono costruirsi un'identità statuale, è di scrivere e riscrivere anche questa storia, per troppo tempo occultata e dimenticata.

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