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2006. Ricordando Gianni Pellicani
Data di pubblicazione: 20.06.2007

Autore:

Uno scritto di un collaboratore del grande amministratore veneziano. Inviata a la Nuova Venezia il 23 aprile 2006



Scriveva alla metà degli anni ’80 Giorgio Ruffolo: ”La programmazione […] fornisce il solo quadro coerente entro il quale una politica di arricchimento sociale può essere efficacemente perseguita. Essa è la risposta razionale, “illuministica” della sinistra alla degradazione mercatistica dell’ambiente e dello spazio. L’abbandono dell’impegno riformatore in questo campo costituisce uno degli aspetti più gravi e caratteristici della crisi attuale della sinistra”.

Il “riformista”, l’”amendoliano”, il “migliorista”, il “destrorso” Gianni Pellicani a questa degenerazione, destinata a un aggravamento esponenziale negli anni seguenti alla denuncia di Ruffolo, si oppose nei termini forse più efficaci, e certamente a lui più congeniali. Volendo, supportando, cercando di accompagnare all’entrata in vigore (il più delle volte lavorando nell’ombra, come sapeva impareggiabilmente fare, e talvolta ricorrendo a mosse spregiudicate fino al cinismo, che riusciva paradossalmente a rendere perfettamente compatibili con la sua alta moralità) gli strumenti della ripianificazione urbanistica comunale e quello della pianificazione territoriale comprensoriale della laguna e del suo entroterra (“importando” a Venezia Edoardo Salzano per la prima operazione e Vezio De Lucia per la seconda). E inventando, e riuscendo a fare due volte redigere, in tali casi sotto la sua personale responsabilità, e varare dal Consiglio comunale (con tutti i compromessi del caso, certamente!), uno strumento atipico che denominò “piano-programma”, e il cui scopo essenziale era quello di dare coerenza sistemica, e generale rispondenza a talune prescelte finalità, a tutte le attività, le azioni, gli interventi di realisticamente prevedibile concretizzazione nell’arco temporale del mandato amministrativo comunale, al contempo valutandone la fattibilità in relazione ai previsti flussi finanziari del comune, e in genere alle risorse credibilmente mobilitabili. Suppongo che oggi, per essere adeguatamente trendy, li si chiamerebbe “piani strategici”: ma non sono sicuro che i loro contenuti sarebbero altrettanto risolutamente fatti discendere dall’assunzione di precisi, e anche tra loro gerarchizzati, interessi collettivi.

Ignorare questo quadro concettuale e operativo dell’azione di Gianni Pellicani, per affastellare elenchi più o meno compiuti di interventi di cui fu variamente promotore, come mi pare si sia per lo più fatto negli organi d’informazione in questi giorni, significa impoverirne il ruolo a quello di un pubblico amministratore straordinariamente capace ed efficiente (e non sarebbe poco!) ma privo, o carente, di quella che la politologia anglo-americana chiamerebbe “visione”: cioè di ciò che Gianni sommamente ambiva possedere (e discutere, e, se lo ritenesse, correggere, rettificare, arricchire).

Di quello che ho sostenuto mi permetto di considerarmi un testimone qualificato, non foss’altro che perché la convinta, appassionata adesione di Gianni Pellicani alla “cultura della pianificazione” ha potentemente contribuito a orientare, e poi a condizionare irreversibilmente, la mia vita.

Essendo allora militanti in partiti politici diversi (io nel PRI, lui, come ognuno sa, nel PCI), e svolgendovi diversificati ruoli, la riscontrata convergenza su finalità, obiettivi, contenuti specifici riguardanti Venezia (e, a ben vedere, non Venezia soltanto) ci aveva portato a collaborare, talvolta pubblicamente, talaltra “clandestinamente”, nei processi di elaborazione della “legge speciale” del 1973, e poi, ancor più, dei relativi decreti di attuazione (soprattutto di quello sul risanamento della città storica), e quindi degli “indirizzi” governativi per la redazione del piano comprensoriale della laguna e del suo entroterra, mentre contemporaneamente ci si confrontava sugli emendamenti, e talvolta sulle vere e proprie proposte di rielaborazione, che io predisponevo relativamente alle normative degli strumenti urbanistici comunali.

Io, pur avendo fatto, oltre all’attività politica e istituzionale, vari “mestieri”, non avevo ancora deciso “cosa fare da grande” (pur non essendo proprio un ragazzino). Nel 1977, un giorno, mentre si parlava non ricordo più di che, Gianni mi disse: “Senti Gigi, visto che sai maneggiare benissimo le norme, soprattutto quelle urbanistiche e ambientali, e soprattutto sai scriverle, perché non fai di questa capacità la tua professione?”. Di fronte alla mia faccia sbalordita, aggiunse: “Potresti cominciare con l’essere responsabile della redazione delle norme del piano comprensoriale”. Provvide lui, intuendo il mio imbarazzo, a parlarne con Toni Casellati, designato Presidente del Comprensorio, repubblicano come me e mio carissimo amico, e a fissarmi un colloquio con Vezio De Lucia, nel corso del quale scoccò il fulmine di un’intesa che avrebbe fatto di quest’ultimo un altro mio fraterno amico (esattamente com’era successo, due anni prima, quando mi aveva fatto incontrare Eddy Salzano: che avesse un tocco magico?). E io ebbi, e svolsi, il mio primo incarico professionale di redazione delle norme di un piano territoriale. L’incarico professionale immediatamente successivo, alla fine del 1980, non essendo più io consigliere comunale, me lo conferì Gianni stesso, comunicandomelo con il modo di fare di chi dà notizia di una cosa già decisa: si trattava di coordinare, come suo consulente di fiducia, la redazione delle osservazioni del Comune di Venezia al piano comprensoriale della laguna e del suo entroterra, per cercare di farne concludere l’iter formativo, nonché la stesura del “piano-programma” del secondo mandato amministrativo. Fu un’altra esperienza appassionante, e la mia vita professionale ebbe il suo definitivo indirizzo.

Chissà perché, non ho mai detto a Gianni quanto avesse contato anche negli aspetti più personali della mia esistenza. Immagino che, se glielo avessi confidato in questi ultimi anni, in cui i fautori della “cultura della pianificazione” sono trattati, quando gli va bene, come gli ultimi soldati giapponesi nascosti nelle giungle delle isole del Pacifico, mi avrebbe borbottato, con il suo umanissimo sarcasmo autoironico: “Che bella fregatura ti ho dato, Gigi, eh?” (naturalmente l’avrebbe detto in veneziano, e avrebbe usato un altro termine).

Grazie, Gianni. Quando ci si becca quel tipo di fregature da persone come te, si può sperare di riuscire a vivere, e quando viene il momento di morire, come te, da persone degne di stima, di ricordo, di rimpianto.









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( 26.10.2012 08:31 )
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