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Ezio Mauro
Il conflitto che pesa sulla sfida elettorale
30 Marzo 2006
2006-Verso le elezioni
I numeri e le responsabilità della par condicio.Se questa è democrazia…Da la Repubblica del 30 marzo 2006


Nei giorni pari il Cavaliere fa il lupo, nei giorni dispari l’agnello. Oggi è dispari, perché è cominciato il lamento sulla sorte delle sue tre televisioni. "Le minacciano – dice Berlusconi – e questo dimostra che siamo ancora una democrazia incompiuta". In realtà il suo impero cresce, le televisioni godono di ottima salute, e non le minaccia per fortuna nessuno. Semplicemente, il leader della destra italiana potrebbe perdere le elezioni, anche se tutto è ancora incerto. Ma questo basta perché tre intellettuali come Giuliano Ferrara, Piero Ostellino e Sergio Ricossa – dopo anni di ascetico silenzio sull’intreccio costituente tra la destra e le sue televisioni – facciano immediatamente eco al lamento berlusconiano, con un pubblico appello che chiede a Prodi un impegno a non varare alcuna legge che obblighi Berlusconi a scegliere tra azienda e politica.

Tutto questo, in realtà, ci porta direttamente davanti al peccato originale del decennio italiano: il conflitto d’interessi del Cavaliere. E cioè, per dirlo in termini di scuola, quell’insieme di cointeressenze proprietarie e di responsabilità politiche che coabitano nella figura e nell’azione del presidente del Consiglio, perché non si è voluto liberare delle prime mentre acquistava le seconde. È un conflitto plastico, nella sua evidenza clamorosa e conclamata, talmente esteso e su materie così sensibili da profilarsi come una turbativa strutturale del sistema politico e istituzionale italiano. Si può provare a parlarne seriamente come di un grande nodo della democrazia italiana, fuori dalla propaganda elettorale? Si può addirittura tentare di farne un tema bipartisan, fuori dalla ricerca di vendette assurde e vantaggi impropri, nella convinzione che sia interesse generale della nostra democrazia risolverlo?

Il conflitto d’interessi entra pesantemente nella politica italiana con l’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. Non è vero che esistono nel nostro Paese altri conflitti tra potere privato e responsabilità pubblica anche solo lontanamente paragonabili a questo.

Né è vero che esistono in altri Paesi casi di Primi Ministri, o candidati a quella carica, che abbiano contemporaneamente in dote un impero industriale, finanziario e mediatico, accanto ad un partito. Lasciamo stare, per rimanere al nocciolo del problema, la disparità (economica, finanziaria, di mezzi di pressione) tra le forze politiche che pesa oggettivamente su ogni confronto elettorale. E tralasciamo anche, per brevità, l’analisi concreta dei molti interessi industriali, assicurativi, editoriali, finanziari, sportivi, che Berlusconi porta con sé ogni volta che siede al tavolo del Consiglio dei ministri, che deve pur deliberare su quelle materie. Limitiamo dunque l’analisi al campo più sensibile, quello delle televisioni, che coincide in gran parte con la percezione popolare dell’identità imprenditoriale del Cavaliere.

La questione, a mio parere, pone problemi rilevanti e oggettivi sotto due aspetti: uno in termini di fatto, e uno in termini di principio. Dal punto di vista dei fatti, purtroppo, c’è in questi giorni solo l’imbarazzo della scelta. Dall’8 al 21 marzo, le tre reti di Berlusconi (visto che lui ne è ancora il proprietario) si sono comportate così: Tg4, 82,7 per cento del tempo alla Casa delle libertà, 17,03 all’Unione; Studio Aperto, 79,3 contro 19,4; Tg5, 61,2 contro 38,6. Nello stesso periodo preso in esame, in Rai il Tg1 ha concesso il 54,6 per cento del tempo informativo alla destra contro il 45,2 alla sinistra, il Tg2 il 55,7 contro il 43,9, il Tg3 il 49,1 contro il 50,9. Nel dettaglio, sul telegiornale più importante delle reti Mediaset (il Tg5) dall’8 al 14 marzo Forza Italia ha avuto 50,30 minuti contro gli 8,55 dei Ds e i 4 della Margherita, mentre per An i minuti sono stati 23,49. Infine, i leader: dall’11 febbraio al 12 marzo il Tg5 ha ospitato il Cavaliere per 2 ore, 3 minuti e 11 secondi, contro i 20 minuti e mezzo di Prodi.

Ora, bisogna rispondere subito a un’obiezione classica della destra: con lo stesso controllo sull’apparato televisivo Berlusconi ha perso nel ‘96, e ha ancora perso ultimamente in tutte le elezioni, dunque è inutile scandalizzarsi per l’abuso tivù del premier. È un’obiezione che non prova nulla. Si potrebbe rispondere, usando quel metro, che senza lo strapotere televisivo avrebbe perso di più, avrebbe perso altre volte. Ma soprattutto, in termini di sistema, non importa il punto d’arrivo dell’uso televisivo distorto, perché è inaccettabile il punto di partenza. Meglio: in una democrazia liberale non è accettabile (non è nemmeno concepibile) che uno dei due contendenti parta per la gara con il vantaggio garantito dalla condizione proprietaria di tre televisioni. E non è accettabile, per un pensiero liberale, che durante la gara le usi in questo modo totalmente squilibrato a suo vantaggio. Un solo dato a consuntivo. In sei settimane di campagna elettorale del 1994 – l’anno mitico della "discesa in campo" – Berlusconi parlò sulle sei reti televisive nazionali per 1.286 minuti, mentre per il suo rivale, Occhetto, i minuti furono 395.

Una domanda. C’è in giro qualche liberale che considera equa, ragionevole, democratica o anche semplicemente decente questa proporzione che squilibra di per sé una campagna elettorale? Perché nessuno ha sentito il bisogno di dire una verità fondamentale, quasi tautologica, eppure taciuta in Italia, e cioè che il conflitto d’interessi berlusconiano è gravissimo anche e proprio per l’uso concreto e materiale che se ne fa a vantaggio del Cavaliere? È un vantaggio, vorrei far notare, preliminare, quasi una precondizione, come se fosse un dono di natura, un talento particolare, uno stato di grazia. Così connaturato ed intrinseco, consustanziale, che ha consentito a Berlusconi, il 26 gennaio del 1994, di fondare insieme Forza Italia, la destra che non esisteva, la sua identità di politico e la futura premiership non con un congresso di partito o un confronto pubblico, ma con una videocassetta, strumento e simbolo di un’alterità onnipotente e post-moderna, tutta giocata nell’iper-realtà dello spazio televisivo.

C’è poi, più importante dei fatti, la questione di principio. È chiaro, almeno per me, che Berlusconi ha vinto per un insieme di ragioni che stanno nella politica, non nella tivù. Ma abbiamo visto che non importa la spinta grazie alla quale si taglia il traguardo, se le condizioni di partenza sono comunque disuguali e il vantaggio di uno dei contendenti è chiaro e può essere squilibrante al momento del via. Ma c’è di più. Il punto topico di ogni ciclo politico, cioè la sfida elettorale, è sempre più confiscato dalla televisione, in anni in cui è scomparso il comizio, il volantinaggio, il contatto casa per casa, persino l’intervista, e sopravvive a stento qualche manifesto, a far da quinta slabbrata al vero paesaggio politico, quello televisivo. Questa legge proporzionale, addirittura, è una prova al quadrato della politica-tv: cancellando le preferenze, ha cancellato anche i candidati e ha abolito addirittura la campagna elettorale vera e propria, a favore di una surroga verticistica tra i leader, tutta nazionale, piramidale, e interamente giocata sullo schermo e sotto le luci della televisione.

Si deve dunque ragionare sulla televisione come moderna agorà, cioè lo spazio privilegiato dove si svolge il mercato – delicatissimo e decisivo – del consenso, il luogo politico dove si forma quel soggetto fondamentale e sensibile delle società contemporanee che è la pubblica opinione. Ora, come è possibile che in Italia quel mercato così cruciale sia l’unico che non è regolato, ai fini di renderlo libero? Di conseguenza, siamo l’unico Paese dell’Occidente dove un soggetto politico di assoluta rilevanza che guida un partito, guida la maggioranza del Parlamento legislativo e guida il legittimo governo del Paese, controlla nello stesso tempo anche l’universo televisivo: le tre reti private per via proprietaria, le tre reti pubbliche per via politica. È qualcosa che la nostra democrazia – abituata alle peggiori lottizzazioni, di destra, di centro e di sinistra – non ha mai conosciuto. Peggio, è qualcosa che non conosce nessuna democrazia occidentale.

È evidente che in termini di principio questa anomalia non è accettabile. È chiaro che non è un problema giocobino, ma una questione liberale. È pacifico che Berlusconi e la sua maggioranza non lo hanno voluto affrontare, perché l’attuale legge sul conflitto d’interessi è una burletta. Né lo vogliono affrontare oggi, nel momento delle geremiadi anticipate contro la sinistra liberticida. Ma chiedere a un leader che vuole concorrere per le due più alte cariche del Paese di liberarsi dal carico confliggente delle sue aziende, di scegliere tra la dimensione politica e quella imprenditoriale non è un gesto illiberale: è un gesto di chiarezza e di garanzia per tutti. E tuttavia, senza arrivare a questo: si può correggere l’anomalia separando seriamente – dico seriamente – la proprietà dalla gestione? Che cos’ha da dire in proposito la destra, visto che l’anomalia è evidente ed è un problema della democrazia, non della sinistra? Che proposta hanno gli intellettuali preoccupati solo dell’inesistente "esproprio"? Dopo dodici anni, può il partito-azienda aiutare l’azienda ad essere un po’ meno partito, almeno nella divisione degli spazi? Ecco la questione capitale. Tocca alla destra rispondere, se vuole essere credibile.

Anche perché in tutti questi anni tra i tanti appelli terzisti o pseudoliberali che spuntano ad ogni elezione, ne è mancato uno di poche righe, semplice e tuttavia doveroso: «Poiché il conflitto d’interessi esiste, ed è un’anomalia evidente, Silvio Berlusconi prenda un impegno d’onore a non usare le sue televisioni in modo da squilibrare – dalla maggioranza o dall’opposizione – il normale confronto politico». È certo una dimenticanza, che però è durata dodici lunghi anni. Con la televisione accesa.

La tabella è un'elaborazione di Eddyburg sui dati dell'articolo

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