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Quelle regioni che fermano la legge salva-paesaggio
Data di pubblicazione: 29.10.2012

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Un altro che non ha capito che non bastano le buone intenzioni per ottenere leggi efficaci In calce l’articolo di Anna Marson. Corriere della Sera, 29 ottobre 2012

Colpa delle elezioni troppo vicine? Anche. Non è un caso che di questi tempi ogni iniziativa del governo tecnico di Mario Monti sia destinata a trasformarsi in un Calvario. Tanto più se tocca le Regioni, come si è visto con la clamorosa bocciatura del decreto sui costi della politica. Ma nel tentativo, ormai smaccato, di far arenare il disegno di legge presentato dal ministro Mario Catania per frenare lo scellerato consumo del suolo e la distruzione del paesaggio e dell'agricoltura, c'è qualcosa di più. Troppo grossi gli interessi in gioco per accontentarsi delle giustificazioni con cui le Regioni hanno trasformato il cammino di quel provvedimento in un percorso di guerra.

L'ultima mina: una telefonata di Vasco Errani, con la quale il presidente della conferenza delle Regioni ha comunicato al ministro dell'Agricoltura che senza il via libera degli urbanisti non si va avanti. La melina dunque ricomincia. Non stiamo affermando che manchi la sensibilità, sia chiaro. Errani è lo stesso che durante l'ultima campagna elettorale per le regionali proclamava nei suoi comizi: «Dobbiamo fare una scelta radicale, ma dobbiamo farla. Basta consumare territorio in questa regione, investire sulla qualificazione urbana, sul recupero degli spazi, ma il territorio è una risorsa finita». Salvo poi, qualche mese più tardi, sostenere pubblicamente: «Noi abbiamo detto che vogliamo fermare, e lo ribadisco, il consumo del territorio. Pensate che possiamo farlo, semplicemente con una legge? No, è impossibile farlo con una legge, dobbiamo essere realisti». Di quel «realismo» ne sa qualcosa. Da ben tredici anni Errani è governatore di una Regione, l'Emilia-Romagna, che secondo Legambiente ha conquistato il quinto posto nella poco invidiabile classifica della cementificazione dopo Lombardia, Veneto, Campania e Friuli-Venezia Giulia, con quasi il 9 per cento di territorio non più naturale. Una graduatoria scalata a morsi, invadendo la pianura padana di enormi e talvolta inutili capannoni industriali. Senza nemmeno troppe precauzioni, come ha dimostrato il terremoto di maggio.

E i numeri certo dicono più di tante parole.
Dicono, per esempio, che il Paese più fragile d'Europa, cioè il nostro, ha la minore crescita demografica del continente e il maggiore consumo di suolo. Dal 1950 la popolazione è aumentata del 28 per cento, mentre la cementificazione è progredita del 166 per cento. Ogni giorno, informa uno studio dell'Istituto superiore per la ricerca ambientale, vanno in fumo cento ettari, ovvero dieci metri quadrati al secondo. In un solo anno il cemento impermeabilizza una superficie pari al doppio della città di Milano. A scapito, sì, del nostro meraviglioso paesaggio, dell'ambiente, delle risorse turistiche e dell'assetto idrogeologico, ma anche dell'agricoltura, cui sono stati sottratti in quarant'anni cinque milioni di ettari, facendo dell'Italia una nazione in fortissimo deficit alimentare: se fossimo costretti per qualche ragione a chiudere improvvisamente le frontiere non avremmo di che sfamare un quarto della popolazione. E le palazzine orrende che dilagano nelle periferie e nelle campagne, restando spesso senza acquirenti né occupanti, non si possono certo mangiare.
I numeri dicono, ancora, che il 7,3 per cento del territorio italiano, una superficie grande come la Toscana, è ormai cementificato. Per giunta sono dati vecchi di due anni: di questo passo avremmo già quasi doppiato la media europea di consumo del suolo, pari al 4,3 per cento.

L'offensiva è particolarmente violenta al Nord. Il 16,4 per cento della pianura padana, una delle aree agricole un tempo più vaste e produttive del continente, è coperta da costruzioni. La Provincia più cementificata d'Italia è Monza, dove il 54 per cento del territorio è artificiale. Segue quella di Napoli, con il 43 per cento. Ma subito dietro c'è Milano, con il 37 per cento: quasi il doppio rispetto a Roma, attestata sul 20. E poi Varese (29), Trieste (28), Padova (23), Como (19), Treviso (19), Prato (18)...

Siamo un Paese popoloso con un Nord molto industrializzato, certo. Ma lo è anche la Germania, dove abitano 229 persone al chilometro quadrato contro le 200 dell'Italia e c'è una industria ancora più sviluppata. Di più: il 35,2 per cento del territorio tedesco non è, come quello italiano, di montagna. Eppure la Germania ha consumato il 6,8 per cento del suo territorio contro il nostro 7,3. Realizzando pure le infrastrutture che noi non abbiamo fatto.
Un processo guidato dalla speculazione, ancor più dell'abusivismo, le cui responsabilità maggiori ricadono proprio su chi detiene le competenze nella gestione del territorio. In primo luogo, proprio le Regioni.

Chi si meraviglia delle difficoltà che sta incontrando ora la legge proposta da Catania farebbe bene a ricordare quello che accadde a Fiorentino Sullo mezzo secolo fa. Quando l'allora astro nascente della Democrazia cristiana commise l'imprudenza di proporre una legge urbanistica che avrebbe reso più difficile la speculazione edilizia: il provvedimento non passò e lui scomparve dalla scena politica.
Altri tempi, naturalmente. Ma la storia sembra ripetersi.
Non appena Catania gli sottopone il testo, le Regioni eccepiscono: così non va. Da destra e da sinistra. Il coordinatore degli assessori regionali all'Agricoltura Dario Stefano, esponente di Sinistra, ecologia e libertà, dichiara che c'è «una montagna di problemi» che lo rende «inapplicabile». Primo: lo Stato non può prendere decisioni che invece spettano a Regioni ed enti locali, come appunto il consumo del suolo. Secondo: «la terminologia». La terminologia? Sì, le parole. Non sono quelle adatte.

Ecco allora che il 10 ottobre, tre settimane dopo il varo della legge da parte del consiglio dei ministri, Regioni, Province e Comuni si riuniscono ed emettono la sentenza: «il testo va completamente riscritto insieme a noi». Ci si mette al lavoro, con la promessa di rispettare tassativamente la scadenza del 18 ottobre per far approdare la legge in Parlamento. Anche perché il tempo stringe. Qualcuno arriva a ventilare perfino l'ipotesi di un decreto legge: non era stato forse lo stesso Mario Monti a dire «avremmo dovuto mettere queste norme nel decreto Salva Italia»? Ma è un gioco delle parti. Il 18 passa inutilmente, mentre si prepara la mossa successiva. Il 25 ottobre l'assessore all'urbanistica della rossissima Regione Toscana, Anna Marson, demolisce dalle fondamenta la legge sul Corriere Fiorentino. Argomenta che oltre a essere inutile e verticistico, il provvedimento potrebbe ottenere persino l'effetto contrario. Il giorno prima, mentre il suo intervento va in stampa, Errani telefona a Catania spiegando la novità. Ovvero, che adesso è necessario il placet degli urbanisti. E se il biglietto da visita è quell'articolo...

Nota: ho già espresso il mio punto di vista nella postilla all'articolo di Settis da la Repubblica Lo confermo. (es)

Anna Marson, Il Corriere Fiorentino, 24 ottobre 2012
La fretta (e l'errore) di Roma


Aveva ottenuto il plauso di tutti noi, il ministro delle politiche agricole Catania, quando nel luglio scorso lanciò l’iniziativa di un provvedimento capace di ridurre, se non bloccare, il “consumo” di suoli agricoli fertili a causa delle nuove urbanizzazioni.

Come dargli torto? I dati dei censimenti dell’agricoltura degli ultimi decenni parlano chiaro, registrando due grandi derive: da un lato l’abbandono dei terreni più impervi e la loro conquista da parte del bosco, dall’altro l’avanzata apparentemente inesorabile delle aree urbanizzate. Visto che continuando così le aree agricole sono destinate comunque a sparire, perché non promuovere una politica capace di affrontare il problema?

Altri paesi, prima del nostro, avevano affrontato la questione del consumo di suolo. La Germania ai tempi di Angela Merkel ministra dell’ambiente, dopo aver monitorato con precisione le quantità di suoli consumati quotidianamente nei diversi Laender, aveva definito obiettivi quantitativi specifici di riduzione del consumo in atto.

Il nostro ministro dell’agricoltura però vuole fare presto, non ha tempo per andare a vedere quali dati sul consumo di suolo siano effettivamente disponibili in Italia, e considerare le varie alternative d’azione utili e possibili rispetto alle conoscenze e procedure in atto. Apprendiamo così dalla stampa che il Consiglio dei ministri lo scorso 14 settembre ha approvato in via preliminare lo schema di Disegno di legge quadro. Il testo, trasmesso nei giorni successivi alla Conferenza delle regioni, ha contenuti radicalmente diversi da quelli a suo tempo annunciati alla stampa.

Il Disegno di legge prevede infatti che per decreto venga definita la quantità di suoli agricoli urbanizzabili a livello nazionale, da ripartirsi successivamente fra le regioni. Una sorta di ‘quote di nuove urbanizzazioni’ sul modello delle ‘quote latte’.

Anche a prescindere dal fatto che la materia in questione è quella del governo del territorio e non della sola agricoltura, con competenze quindi concorrenti fra Stato e regioni, un simile dispositivo rischia di produrre l’effetto opposto di quello dichiarato, ovvero la corsa alle urbanizzazioni già previste e fatte salve dal provvedimento, nonché a quelle nuove. Soprattutto con una legge urbanistica nazionale che risale al 1942, e con le diverse regioni che di fatto sono state le uniche istituzioni a legiferare in modo organico in materia negli ultimi trent’anni.

Prendiamo il caso della Regione Toscana. Con una legislazione regionale più volte rinnovata a partire dal 1995 che, almeno in linea di principio, scoraggia l’ulteriore consumo di suolo e richiede una valutazione puntuale di tutte le previsioni pregresse, e con le condizioni di mercato attuali che vedono gran parte degli investitori muoversi con grande cautela, che cosa potrebbe succedere se le fossero assegnate delle quote di nuovo consumo di suolo da distribuire? Un parapiglia fra Comuni per aggiudicarsele, senza dubbio. Con quali destinazioni d’uso? Con quali progetti?

Le scarse risorse pubbliche e private disponibili nel contesto attuale richiedono a mio avviso di essere impiegate nella manutenzione e nel recupero di ciò che già c’è, e ha necessità di essere rigenerato garantendo investimenti, funzioni e prestazioni nuove: nella riqualificazione delle periferie, dei volumi e delle aree dismesse, ottenendo maggior efficienza energetica, miglior qualità estetica e ambientale, trasporti e connessioni civili.

Il ruolo del governo nazionale nel sostenere la promozione di politiche più virtuose al riguardo sarebbe assai importante, ma richiede il riconoscimento dell’innovazione prodotta in questi anni dalle Regioni anche in campo legislativo, per poter compiere significativi passi avanti, non indietro.









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Pappaianni, Claudio
( 04.11.2012 16:18 )
Meletti, Giorgio
( 03.11.2012 15:10 )
Lania, Carlo
( 02.11.2012 22:00 )
Erbani, Francesco
( 01.11.2012 16:22 )
Petrini, Roberto
( 30.10.2012 05:31 )
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( 29.10.2012 13:55 )
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( 25.10.2012 08:17 )
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( 24.10.2012 17:42 )
Vitucci, Alberto
( 24.10.2012 04:28 )
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( 22.10.2012 17:36 )
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( 21.10.2012 15:30 )

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