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Dall'happening allo sciopero
Data di pubblicazione: 21.10.2012

Autore:

«Da che mondo è mondo, la prima arma dei lavoratori è lo sciopero generale». Il manifesto, 21 ottobre 2012

Ha proprio ragione Susanna Camusso. La segretaria della Cgil ha detto che per fare una politica come quella che sta impoverendo il paese non c'era bisogno dei professori. E ha aggiunto che questa politica bisogna combatterla. Quali armi ha un sindacato per cercare di ribaltare la logica che impone il primato della finanza e preferisce la tassa sul macinato a una seria patrimoniale per recuperare i soldi necessari a riempire le borse degli esattori europei, meglio sarebbe per dare al paese un futuro di lavoro socialmente e ambientalmente sostenibile?

Da che mondo è mondo, la prima arma è lo sciopero generale. Difficile incidere sulle scelte politiche limitandosi a un happening a S.Giovanni; difficile, senza mettere in moto un movimento di lotta, far entrare in testa a chi si propone alla guida del paese, magari in alternativa a Berlusconi e in «discontinuità» con Monti, lo slogan di ieri: il lavoro prima di tutto.

Forse è ingeneroso, come commentava qualche operaio indispettito, paragonare la piazza di ieri a una «sagra della castagna», o temere che il prossimo appuntamento di lotta contro un governo che colpisce lavoratori e precari, pensionati e giovani, si riduca a un happy hour. Portare in piazza i lavoratori che pagano la crisi e le risposte liberiste per (non) uscirne, è una scelta giusta. Erano impressionanti i mille cartelli con i nomi di aziende a rischio chiusura, e quelli delle tante che hanno già chiuso e i cui operai hanno perso, o rischiano di perdere, persino gli ammortizzatori sociali. La piazza di ieri consegnava, a chi ha occhi per vedere, la carta geografica di un paese allo stremo, privo di una strategia e di una politica industriale. Un paese guidato da chi pensa che per uscire dalla tempesta si debbano ridurre i diritti e allungare gli orari dei pochi che lavorano, e anche a chi è in cassa gli si dice che quando e se tornerà in fabbrica o in ufficio dovrà rinunciare ai «privilegi». Privilegi? È un paese, il nostro, che da troppo tempo pensa che una transazione finanziaria meriti maggior rispetto di un tondino o un pannello solare.

C'è chi lo sciopero generale l'ha già fatto, come i lavoratori di una conoscenza bistrattata, e chi lo sta preparando come i metalmeccanici. Ma chi non insegna o non fa ricerca e chi non costruisce auto o computer, non è altrettanto colpito? Non lo sono i precari, i pensionati, chi pensionato non riesce a diventare nonostante sia stato espulso dal lavoro? E i milioni di vecchi e nuovi poveri a cui vengono ridotti i servizi essenziali? Come mai mezza Europa, per le stesse ragioni, ha già fatto scioperi generali, altri paesi li preparano e alcuni dell'area mediterranea addirittura nello stesso giorno, abbozzando un primo embrione di sciopero europeo, con la benedizione e la copertura della timida Ces, mentre da noi lo sciopero generale è solo minacciato, e per il 14 novembre la Camusso si limita a proporre «una manifestazione»? Possibile che se non c'è più Berlusconi e il governo ha il sostegno anche di chi dovrebbe stare all'opposizione, la Cgil non si senta libera di combattere le battaglie che pure dice necessarie? Uno sciopero non è la panacea, ma almeno fa sentire meno solo chi soffre.










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