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Il verde perduto delle nostre città: alberi abbattuti e mai ripiantati


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La giusta denuncia delle disfunzioni urbane nella gestione dell'ambiente sfiora solo un problema di fondo. La Repubblica, 7 ottobre 2012, postilla. (f.b.)

ROMA— Sempre meno alberi nelle città italiane. Gli abbattimenti aumentano vertiginosamente, le ripiantumazioni sono invece insufficienti, complice anche il profondo rosso delle casse comunali. A Roma, negli ultimi due anni, sono stati sradicati 6.647 esemplari, appena 2.198 sono stati sostituiti. A Palermo, il punteruolo rosso ha decimato 10mila palme, sono solo duemila quelle piantate. Un parassita del legno ha aggredito betulle, aceri, platani e pruni a Milano: 133 gli abbattimenti, la promessa è di seminarne altri. Promesse, appunto. Ma intanto l’Italia butta via il patrimonio arboreo delle sue città.

La Capitale guida questa triste classifica. Nelle strade e nei parchi di Roma si registra un saldo negativo di oltre quattromila fusti. Il trend dei dati forniti dal Servizio Giardini dal 2010 al 2012 non si discosta molto da quello degli anni precedenti. Il rischio è che avremo una metropoli con sempre più cemento e meno verde poiché i numeri non lasciano spazio a dubbi: 1.900 alberi in meno ogni anno. «Il patrimonio arboreo pubblico di Roma è stimato in circa 300mila alberi, almeno secondo l’ultimo censimento del 2002 — sottolinea Nathalie Naim, consigliera dei Verdi del Municipio Centro storico di Roma — e se si mantiene questa media fra 150 anni non rimarrà un solo albero pubblico». La distruzione degli arbusti negli ultimi tempi ha colpito quasi tutti i quartieri. Il centro storico ha perso 476 esemplari, l’area dei Parioli e del Flaminio altri 428.

Il caso Roma fa scuola su come cambia il volto verde delle città. Iplatani e i pini che sono i simboli verdi della Città Eterna (basti ricordare quelli di piazza Venezia che sono stati rasi al suolo per la costruzione della nuova metropolitana), ora non vengono più piantati. Il Comune opta per il frassino che devasta meno l’asfalto, il pero e le robinie. A questi numeri si vanno asommare gli abbattimenti nei giardini privati che, con il pretesto della mancata approvazione di un regolamento del verde, sono stati liberalizzati con una circolare del 2011. E da allora sono aumentati in modo esponenziale. «Si tratta di diverse migliaia di alberi tagliati per lasciare spazio a un posto auto o aun pratino all’inglese», conclude Naim.

Se la Capitale batte ogni primato, i dati sono allarmati anche nelle altre città italiane. L’attacco del punteruolo rosso ha decimato la palme Canariensis di Palermo. Sono stati abbattuti 10mila esemplari nelle zone più prestigiose dellacittà dal lungomare Foro Italico a via dell’Olimpo, una delle strade che porta alla spiaggia di Mondello. Di queste, ne sono state sostituite solo il 20%. A Bologna, il caso di piazza Minghetti ha provocato una sommossa popolare. Il progetto di restyling, assai criticato, ha fatto sì che fossero rasi al suolo 12 alberi (sostituiti con sole due magnolie), sacrificati per rendere ben visibili i palazzi delle due banche. A Varese, le motoseghe hanno fatto capitolare 18 arbusti a Casbeno, di fronte al palazzo della Provincia, per la costruzione di un parcheggio. Critica la situazione a Milano dove 133 alberi sono stati tagliati perché contaminati dal tarlo asiatico. L’amministrazione ha ordinato «l’abbattimento di ulteriori piante non sintomatiche nel raggio di 20 metri da quelle infestate». Una morìa. Nella lista dei fusti sono finite le betulle e gli aceri in via Novara, i filari di platani in via Diotti al confine con Settimo Milanese, gli aceri e pruni in via Taggia vicino all’ospedale San Carlo. «Le alberature stradali rappresentano corridoi ecologici utili agli uccelli per la riproduzione — spiega Matilde Spadaro del comitato Verde urbano — Si tutelino queste vite e si mettano regole vincolanti nei comuni d’Italia».

Postilla
Spiace dirlo, e in questo caso specifico pare un po’ di sparare sulla Croce Rossa, ma tra le varie cause del degrado, certamente non unica ma importante, c’è quella dell’approccio estetizzante e di settore che da troppo tempo prevale nel verde urbano. Per fare un esempio complementare, pochi giorni fa nella già citata Milano è esplosa una polemica sulle enormi quantità di alberi magari regolarmente piantumati, ma che poi non reggono alla prova, e devono essere sostituiti con notevoli spese (in città la tendenza è di operare con esemplari adulti assai costosi), magari per fare poi la stessa fine. Perché c’entra l’approccio estetizzante, o al massimo di settore? Perché tende a burocratizzare i controlli, ad esempio sul sistema degli appalti, o della manutenzione, o dell’esecuzione o meno di lavori, ma non tocca la prova del nove, che da sola darebbe l’idea del patrimonio economico che si sta gettando al vento, ovvero il contributo delle alberature al metabolismo urbano. Se ne parla sempre, affrontando il tema, ma in modo settoriale ed episodico: mai, come accade in tante grandi metropoli del mondo, nel quadro di una verifica periodica regolare su indici trasversali, che darebbero oggettivamente il quadro di ciò che non funziona, stimolando automaticamente gli interventi necessari. I criteri sono quelli del tetto massimo di emissioni, del contrasto alle isole di calore urbano, al contenimento dei consumi energetici ecc., che quando vedono quantificato e integrato il ruolo delle alberature e altre infrastrutture verdi cittadine fanno sì che non debbano essere poi solo le denunce, ad attivare la pubblica amministrazione. In questo sito, sulla totale confusione delle politiche urbane di settore si veda perlomento l'intervento di Lodo Meneghetti "L'odiato albero milanese" (f.b.)



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