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Demotorizzazione e urbanizzazione
Data di pubblicazione: 04.10.2012

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A proposito della "opinione" di Lodo Meneghetti. L’enfasi con cui si parla tanto di bicicletta negli ultimi tempi, potrebbe essere effimero fenomeno modaiolo, se non fosse per il contesto in cui si colloca

Non mi pare che si possa parlare, per l’intero territorio italiano, di riscoperta della vecchia tradizione ciclistica urbana e rurale, o comunque di grosse novità nell’impiego del silenzioso mezzo a due ruote”.
Così Lodo Meneghetti nella sua ultima Opinione. Parole sacrosante, verrebbe da dire: è proprio vero che né in Italia né altrove si stiano massicciamente riscoprendo tradizioni ciclistiche. Ma la grossa novità c’è eccome. Salvo che sta altrove. Ne ho scritto su Mall un mese fa, in un articolo intitolato Demotorizzazione.
E proprio oggi il sito The Atlantic Cities pubblica un post intitolato Fine dell’automobile in proprietà, e dall’altra parte del globo leggiamo dello stato di avanzata sperimentazione nella città di Toyota del modello a qualità totale e pervasiva Toyota Motor Company, cioè una rete locale di car-sharing gestita direttamente da chi le vetture le produce, insieme ai sistemi di ricarica, all’energia da fonti rinnovabili, ai modelli amministrativi, di manutenzione, di marketing …

Ovvero, anche una eventuale localista “riscoperta della vecchia tradizione ciclistica urbana e rurale”, del genere che piace alle associazioni di tutela dell’ambiente e del paesaggio non va letta in quanto tale, ma nel filone di un più vasto movimento che ci allontana dal modello auto centrico novecentesco, e magari auspicabilmente anche dal modello territoriale che si porta appresso. La cosa a suo modo divertente è che a trascinare tutto sia il mercato: non quello mitico e sacrale davanti alle cui arcane terminologie si inginocchiano politici e pure scienziati, ma quello terra terra della domanda e dell’offerta. Come quando a furia di studiare le propensioni di consumo dei giovani le case automobilistiche si sono accorte che di avere una bella tonnellata di lamiera attorno ai ragazzi non frega quasi nulla. Per adesso si consolano vendendo ad esempio i SUV a personaggi come “er Batman”, ma i suoi figli probabilmente per fare i bulletti con le pupe preferiscono lo smartphone modello 5 alle quattro ruote rostrate. Muoversi ci si muove ancora, e parecchio, ma via via vengono meno tutti gli altri presupposti canonici della civiltà auto centrica.

Piccoli spunti direttamente urbanistici: parcheggi densità e verde. Se cambia anche solo esclusivamente il modello di proprietà della vettura, l’enorme superficie che sinora è stata dedicata dal mercato e dai piani pubblici alle auto in sosta diventa automaticamente obsoleta e pronta a nuovi usi. Superficie enorme, se pensiamo che mediamente, al contrario di quanto sarebbe intuitivo, un’auto sta ferma per quasi tutta la sua esistenza (su base quotidiana, oltre 23 ore) ma lo vuole fare in posti diversi moltiplicando virtualmente la piazzola dal garage di casa, all’angolo della via, all’autosilo del centro commerciale al posto coperto davanti all’ufficio. Per funzionare bene i modelli di condivisione dei mezzi, e le relative reti di rifornimento e assistenza, hanno bisogno di densità media di tipo urbano, di quartieri permeabili con sistema stradale a griglia, magari gerarchizzato tra arterie di attraversamento e raccordo, arroccamento, sistema pedonale e ciclabile di corrispondenza. La domanda di mobilità complessa chiama automaticamente una migliore fruibilità e distribuzione di verde e spazi pubblici sicuri e sani di elevata qualità.

Tutto questo non è un progetto, un auspicio, un programma politico, ma solo una specie di osservazione “fantascientifica” di futuro probabile. Di cui le statistiche sul sorpasso della bici sull’auto (in salita, in discesa, qui non conta molto) sono solo una fettina, come una fettina è anche la passionaccia dei giovani per l’ultimo forse rinunciabile prodotto della Apple, che però contestualizzato può aiutare tantissimo ad esempio nel gestire tariffe e informazioni sulla mobilità integrata. Resta sicuramente il problema delle nostre città, che si chiamino Parma o Ferrara ed evochino centro storici e scampanellio di biciclette, o Milano e Napoli col classico ingorgo che crea un’atmosfera … irrespirabile. Ma come ci dicono altri signori e per tutt’altri motivi, certi aspetti delle crisi contengono non solo la soluzione, ma speranze di un futuro migliore. Certo c’è da lavorare, per chi il lavoro ce l’ha. Per gli altri al massimo pedalare.
E per concludere,che i rapporti fra mobilità e metropoli si stiano pian piano sciogliendo nell'aria, come tutto quanto pare solido, lo conferma in piccolo anche la recente ecatombe di una giornata milanese.

Riferimenti:
l’Opinione di Lodo Meneghetti citata in apertura e che ha dato lo spunto a questo contributo;
l’articolo “Fine dell’auto in proprietà” su The Atlantic Cities;
il comunicato di avanzamento della rete locale Toyota Car Sharing;
il mio pezzo (pure nato da un articolo su la Repubblica) dedicato alla Demotorizzazione









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De Felice, Giuliano
( 05.11.2012 21:39 )
Bevilacqua, Piero
( 30.10.2012 04:04 )
Bottini, Fabrizio
( 29.10.2012 15:25 )
Guagenti, Elisa
( 28.10.2012 19:48 )
De Marco, Roberto
( 26.10.2012 16:16 )
Losavio, Giovanni
( 25.10.2012 12:49 )
Bevilacqua, Piero
( 23.10.2012 09:40 )
De Lucia, Vezio
( 21.10.2012 19:12 )
Baldeschi, Paolo
( 12.10.2012 16:09 )
Salzano, Edoardo
( 03.10.2012 19:18 )
Bottini, Fabrizio
( 03.10.2012 06:44 )
Meneghetti, Lodo
( 03.10.2012 05:43 )
di Gennaro, Antonio
( 30.09.2012 16:43 )
Guermandi, Maria Pia
( 30.09.2012 00:00 )
( 27.09.2012 06:36 )
Bevilacqua, Piero
( 25.09.2012 09:24 )
Bevilacqua, Piero
( 04.09.2012 13:03 )
Pascolo, Sergio
( 29.08.2012 19:16 )
Belloni, Donato
( 21.08.2012 14:01 )
( 12.08.2012 07:49 )

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