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Mobilitarsi per difendere i beni comuni
Data di pubblicazione: 27.09.2012

Autore:

riflessioni a margine dell'incontro di Napoli organizzato da eddyburg nell'ambito del Forum urbano sociale.

Ho assistito con interesse all’incontro tenutosi a Napoli nella bella cornice dell’ex Asilo Filangieri che ha stimolato le riflessioni che seguono:
L’incontro
Il tempo a disposizione di appena due ore non ha consentito un dibattito adeguato alle sagge argomentazioni offerte dai relatori.
Al termine dell’incontro ES ha lanciato un invito, rivolto agli intellettuali ed ai partecipanti presenti, a proporre riflessioni sul tema trattato postando una mail ad Eddyburg.
Questo invito colma un vuoto nella titolazione del tema, quello della indicazione della partecipazione, certamente sottintesa, anche di soggetti singoli, oltre quella dei movimenti e delle istituzioni, alla formazione di nuovo patto per la difesa dei beni comuni.
Sono spesso i soggetti singoli (intellettuali e non ) che, in prima battuta, lanciano un’idea, propositiva o provocatoria, rispetto ad un tema comune da analizzare e cercare di risolvere.
Al tempo del cambiamento, molti di noi sono consapevoli della crisi che si attraversa, sono consapevoli che il solo progresso tecnologico non può risolverla compiutamente , e sono consapevoli che occorre progredire soprattutto nel campo della partecipazione e della democrazia.
L’antagonismo tra i soggetti , che pure ha una sua valenza, non ha alcun peso sostanziale.
Rileva ed è di fondamentale importanza, soprattutto, la partecipazione e la democrazia che, in prospettiva, avvicina ogni parte, ivi compreso, i soggetti singoli.
Siamo convinti, altresì, che per fare tutto ciò occorrano ingenti risorse economiche da investire per migliorare il modello partecipativo e ingenti risorse economiche per finanziare una più efficace ed indipendente ricerca in tutti i campi.
Siamo in presenza di scarsezza di risorse, economiche e non, ed abbiamo il dovere di non sperperarle e condividerle per quanto possibile.
Prima che sia troppo tardi.
Per fare tutto ciò abbiamo bisogno del concorso dei movimenti, delle istituzioni, dei partiti e dei singoli cittadini,
soprattutto dei singoli cittadini.
Abbiamo il dovere di sensibilizzarli in tal senso.
Naturalmente ad iniziare da noi stessi educandoci a contribuire, per il bene comune, alla salvaguardia dei Beni Comuni.

La discontinuità
Nei tempi del cambiamento (crisi) si abbandonano vecchie strade alla ricerca di nuove ma non è dato conoscere cambiamento che non sia frutto del passato e del presente.
Il futuro ne è la proiezione.
A volte è successo che correggendo la rotta le cose abbiano intrapreso la strada giusta : quella democratica e partecipativa.
I movimenti e le istituzioni devono imparare a dialogare con i singoli cittadini per correggere la rotta ed evitare, come pare sia successo con la legge regionale toscana che restino inapplicate norme tese a migliorare la partecipazione.
La partecipazione, pertanto, è un invito rivolto soprattutto a soggetti singoli che dialogano per aggregarsi.
Occorre favorire tali processo di aggregazione.

Le spinte verso il locale e verso il globale
La globalizzazione dei processi, evoluzione diretta dello sviluppo capitalistico dei mercati ha alterato la distribuzione delle ricchezze che, prima, nazioni e stati gestivano e controllavano dal loro interno.
Oggi la implementazione ed il controllo dei mercati e della comunicazione avviene in quota significativa a scala globale.
I singoli stati possono essere oggetto di speculazioni finanziarie e la politica più accorta (non è il nostro caso) a livello locale o singolo stato, non ha strumenti di difesa rispetto alla comunicazione ed alla finanza globale.
Forse è meglio così.
Ma questo è argomento troppo grande per le mie conoscenze.
Quello che vorrei sottolineare è questo: dobbiamo e possiamo, partendo dalla dimensione più piccola (da noi stessi) e man mano in su (comunità locale, movimento, partito, istituzioni) imparare nel segno delle esperienze vissute e della realtà in cui viviamo.
Imparare a leggere la realtà e trarne insegnamento.
Troveremo cose già scritte, strade già tracciate e non esplorate.
Per parlare di urbanistica e di paesaggio occorre capire quanto di quello già scritto (leggi, ordinamenti, saggi etc.) non si è realizzato, evoluto o rimasto pura intenzione, o peggio ancora, trascurato o lasciato deliberatamente nell’oblio, ritenendolo di ostacolo alla “crescita” quasi esclusivamente quantitativa.
I testi unici e le leggi in materia contengono ancora nodi cruciali , ben tracciati ma ancora oscuri o vuoti, soggetti quindi alle interpretazioni più disparate.
Solo ad esempio se ne citano alcuni:
- la mancanza dei piani paesaggistici
- la controversa tutela delle fasce di rispetto fluviale , marino e lacustre e delle aree protette che in assenza della pianificazione paesaggistica è vietata,
- la determinazione certa degli oneri di urbanizzazione,
- la determinazione certa delle destinazioni d’uso compatibili o complementari,
- l’obbligo di fermare il consumo di suolo e promuovere la riconversione ecologica delle attività in presenza di aree degradate.
Queste necessità, carenze e indeterminazioni attengono ad aspetti non più rinviabili (valorizzazione e salvaguardia del territorio e delle sue componenti naturali, distribuzione equa degli oneri concessori e delle opportunità di trasformazione) e sono essenziali per sollecitare interventi di recupero e riqualificazione.
In assenza viene alimentato il contenzioso tra privato e pubblico, o peggio, si giunge alla deriva della legge del più forte nel degrado crescente dei Beni Comuni.
Tutti costi e oneri impropri non più sopportabili dalle colletività.
Rispetto a queste determinazioni da assumere velocemente non serve e non basta l’antagonismo ma la conoscenza dei dati e l’equilibrio degli interessi tesi alla salvaguardia del bene collettivo e comune.
In definitiva la convivenza, in equilibrio, delle spinte locali e di quelle globali.

La crescita all’infinito
Sappiamo che la “crescita” riferita alle risorse naturali non può essere infinita, anzi.
Abbiamo risorse naturali ormai in via di esaurimento e squilibri sempre più evidenti con conseguente depauperamento del paesaggio e aumento del numero delle catastrofi ambientali.
Tutto ciò sembra inarrestabile, senza speranza.
I movimenti ed i partiti indipendenti, possono se vogliono, nel loro piccolo ambito ed al loro interno, provare a realizzare quel modello di democrazia partecipativa che sebbene già scritto nella Costituzione ancora stenta.
La partecipazione più diretta e volontaria dei singoli alla elaborazione della decisione ed alla individuazione dei rappresentanti di quella decisione assume carattere fondante.
L’esempio di quelle cose già scritte nella Costituzione, ma trascurate per interesse di parte o peggio deliberatamente lasciate nell’oblio come la disciplina dei partiti è molto significativo.
La individuazione di un modello democratico e partecipativo, anche se a scala di partito o movimento, contribuirebbe a dare più spazio al pensiero dei singoli.
Questo pensiero dei singoli (critico, propositivo, particolare) può costituire “massa critica” capace di assumere l’effetto “virale” di diffusione istantanea di idee rinnovate associabili ai comportamenti da tenersi ed agli uomini che possono rappresentarci.

Le leggi e le prassi
I vuoti o indeterminatezze delle norme spesso innescano prassi distorte e a solo a volte virtuose.
La risoluzione di questi problemi letti attraverso la logica del Bene Comune da salvaguardare e della Semplificazione dei Processi, potrebbe significare per i territori e le comunità una opportunità di aggregazione che superi le logiche dei campanili nella conservazione degli aspetti di rilievo identitario.

Cordiali saluti
Francesco D’Onofrio architetto








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Settis, Salvatore
( 26.10.2012 08:31 )
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