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4. Movimenti e istituzioni in Veneto
Data di pubblicazione: 28.09.2012

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L'esperienza di mobilitazione civica in Veneto, raccontata e commentata nella prima edizione dei seminari della scuola di eddyburg

Come si spiega il successo dei referendum contro il nucleare e per l’acqua bene comune nonostante l’ostilità dei partiti della maggioranza berlusconiana, l’iniziale indifferenza del maggior partito di opposizione e il silenzio di MediaRai?
Si spiega solo se si considera il ruolo avuto dalla mobilitazione sociale, cioè degli “attori” che l’hanno determinata.
L’osservatorio Demos di Ilvo Diamanti ci ha detto che oltre un quarto dei votanti ha fatto campagna elettorale.
Tanti se si pensa che si è trattato di una campagna totalmente autofinanziata.
Tanti se li si compara con le campagne elettorali tradizionali.
Tanti se si pensa agli stereotipi che vorrebbero la società amorfa e conformista.
Chi sono dunque i nuovi protagonisti di questo impegno politico che è stato capace di plasmare il senso comune?
Sulla base della mia diretta esperienza, penso che essi vadano ricercati innanzitutto in quella galassia di comitati, movimenti e associazioni, pezzi di sindacato, gruppi di cittadinanza attiva laici e cattolici, che hanno dato vita a una vertenzialità diffusa in difesa di beni comuni come reazione collettiva ai modelli sociali del neoliberismo, fondati sulla mercificazione della natura, del lavoro e delle relazioni sociali.
Un caleidoscopio di frammenti colorati pieni di energia, di soggetti sociali a forte radicamento territoriale che stentano a mettersi stabilmente in rete perché gelosi della propria autonomia, che hanno però trovato negli obiettivi unificanti del referendum le ragioni di un impegno comune.
In parte si tratta di soggetti nuovi. Non è un caso che essi sorgano e si sviluppino nella stagione della dissoluzione del partito di massa, nell’epoca della crisi dei partiti e più in generale di tutte le forme di rappresentanza. Essi sono allo stesso tempo l’altra faccia della crisi della rappresentanza politica e sociale e una nuova e interessante forma di partecipazione politica.
Sarebbero linfa vitale per partiti che volessero rinnovarsi e invece, troppo spesso, i partiti rimangono arroccati in una ritualità che mima, con scarso successo, la passata grandezza, aspettando, come il saggio cinese, che ogni inquietudine si spenga per riprendere il controllo delle decisioni e il monopolio della scena.
Non si spiega altrimenti come i referendum di giugno 2011 siano stati rapidamente archiviati complice la crisi economica e sociale e la sua conformistica rappresentazione.
Nella mia esperienza – di questo mi è stato chiesto di parlare – i movimenti che nascono su base locale via via che maturano esperienze di lotta non rimangono chiusi dentro la prigione che tiene lontani dai grandi problemi nazionali e internazionali, ma diventano il mezzo per rileggere in modo nuovo e ravvicinato il rapporto tra i cittadini e la politica, un metodo induttivo per metterne alla prova la qualità.
Il movimento contro il piano di cementificazione del Veneto.
E’ il caso del movimento contro il PTRC ovvero il piano di cementificazione del Veneto. Nato come movimento contro il PTCP di Venezia si estende rapidamente su scala veneta quando diventa noto il disegno complessivo della giunta Galan: un sistema centrato sullo sviluppo della rete autostradale, come forma di privatizzazione della rete stradale attraverso il projet financing e di utilizzazione intensiva delle aree circostanti i caselli per le varie new town volute dagli immobiliaristi.
Attraverso un vasto lavoro di approfondimento dei contenuti del piano siamo riusciti a disvelare il vero carattere del PTRC della Giunta Galan: nient’altro che il lasciapassare per tutti i progetti degli immobiliaristi. Facendo interagire saperi esperti e saperi sociali un gruppo di urbanisti, di sindacalisti, di esperti di altre discipline coordinato dal Prof Edoardo Salzano ha prodotto un articolato documento critico e propositivo dal programmatico titolo “Per un altro Veneto” presentato in decine d’incontri e assemblee pubbliche e in un’affollata due giorni regionale a Forte Marghera, ai bordi della laguna. Un documento sottoscritto nel 2009 da oltre 120 comitati, associazioni, Camere del Lavoro che ha generato oltre 14000 osservazioni firmate da migliaia di cittadini.
Una serie di affollate audizioni in Consiglio Regionale sono state l’occasione per stringere alleanze con le associazioni degli agricoltori e dei commercianti. Un accordo tra la rete dei comitati e delle associazioni con i partiti di opposizione e le controdeduzioni alle osservazioni che non sono riuscite a convincere neppure una parte dei consiglieri della maggioranza hanno spinto il PTRC su un binario morto.
Quello che doveva essere il fiore all’occhiello della giunta Galan è appassito prima del tempo. Ma ovviamente gli immobiliaristi non demordono e premono per realizzare quel piano affossato pezzo per pezzo. Nel frattempo però cresce l’opposizione coinvolgendo in modo inedito anche associazioni imprenditoriali e sindacali che il Presidente Zaia, dopo aver spudoratamente dato via libera a Veneto city, Tessera city, alla torre di Cardin e alla Pedemontana cerca adesso di rabbonire proclamando “Ora basta case e cemento”, aprendo un dibattito anche all’interno della sua stessa giunta. Se son rose, fioriranno. Una sola certezza: non staremo a guardare, nonostante la difficoltà di tenere vivo un movimento su scala regionale. Tuttavia i comitati si aggregano per obiettivi: nascono così, per esempio, il Coordinamento interprovinciale No Pedemontana e quello nazionale contro Romea commerciale.
Quel che in questa sede mi preme sottolineare è che quando gli obiettivi sono unificanti nessuno rimane prigioniero del proprio particulare ma colloca la propria battaglia territoriale dentro un quadro più generale.
Fermiamo il carbone.
Lo dimostra anche il movimento “Fermiamo il Carbone”. Ai ventisei milioni di Italiani che nel referendum non hanno solo detto no al nucleare, ma hanno chiesto un futuro energetico diverso, il Governo Berlusconi ha risposto con un “piano carbone” che prevede circa 10 miliardi di euro d’investimenti pubblici e privati. Oltre alla centrale di Porto Tolle nel Delta del Po ci sono, infatti,
Vado Ligure e La Spezia, Saline Ioniche e Rossano Calabro. Il Governo si è mosso quindi su una linea del tutto opposta a quella degli obblighi vincolanti che la UE assegna per il 2020 a ogni Paese membro, primo fra tutti la riduzione del 20% delle emissioni di CO2. Scelte obbligate dallo sconvolgimento climatico in atto. La siccità di questa estate che ha investito ampie porzioni del pianeta si è incaricata ancora una volta di smentire gli scettici.
“Ci alimenteremo la centrale di Porto Tolle”. Con questa promessa venne ottenuto dieci anni fa il consenso per il grande rigassificatore alle bocche del Po. L’impianto di rigassificazione è da tempo in esercizio, ma per la centrale di Camerini-Polesine (Porto Tolle) l’Enel presenta una “riconversione” a carbone, il peggior combustibile fossile: un impianto a ciclo “supercritico”, notevolmente peggiore di uno a gas di pari potenza. Anche sulla base di questo confronto il Consiglio di Stato dà ragione ai ricorrenti come ci ricorda Massimo Scalia.
E’ maggio dell’anno scorso. Associazioni ambientaliste, comitati locali, pescatori, operatori turistici celebrano la vittoria, ma nel giro di qualche settimana il Governo corre ai ripari:gli basta estendere “ad aziendam” la prassi delle leggi “ad personam”, e così il 16 luglio scorso diventa legge l’obbrobrio giuridico-ambientale che esclude dalla VIA per le riconversioni il confronto tra i diversi tipi di combustibile per alimentare una centrale!
E’ uno sprone per lo zelante Zaia. A tambur battente cambia la legge istitutiva del parco. Già, perché, fatto unico in Europa, l’impianto a carbone dovrebbe sorgere in un parco regionale, quello del Delta del Po. Un’area delicatissima e stupenda per ricchezza di biotopi e per incantevoli paesaggi. Dietro Zaia in consiglio regionale la “cavalleria pesante” del PDL e della Lega, si oppongono solo Rifondazione, SEL e IDV, mentre il PD, spronato da un deputato locale “carbonaro”, non trova di meglio che astenersi. Prendono invece le distanze gli Ecodem di Padova.
Dall’altra sponda del Po la musica è diversa. Il Consiglio regionale dell’Emilia Romagna vota a larghissima maggioranza una mozione contro il carbone di Porto Tolle.
Intanto procede l’azione della magistratura. Dopo la condanna in cassazione di alcuni dirigenti locali dell’ENEL, la Procura di Rovigo chiama in giudizio i massimi responsabili nazionali dell’ente elettrico, a seguito degli impressionanti dati sanitari emersi dall’indagine epidemiologica condotta dall’Istituto Tumori di Milano. Altro che problema locale! Gli inquinanti emessi per decenni da Porto Tolle, ormai sospesa dall’esercizio, hanno coinvolto mezza pianura padana.
La mobilitazione dei comitati locali e delle associazioni raggiunge un primo significativo momento nazionale. Ad Adria, il 29 ottobre scorso, migliaia di cittadini sfilano dietro lo striscione “Delta Bene Comune” collegati, col grande schermo sulla piazza, ai protagonisti delle battaglie di tutti gli altri siti. Il video della manifestazione dove si mescolano le bandiere dei comitati, delle associazioni ambientaliste, della FIOM e dei tre partiti che si sono schierati scorre su You tube e su Repubblica on line.
Si parla, ormai quasi apertamente, di un possibile disinteresse dell’Enel al progetto di Porto Tolle. Con i costi previsti e in presenza di una producibilità elettrica nazionale doppia rispetto alla domanda di punta non è meglio rinunciare all’investimento? Una sola certezza: continuare nella mobilitazione e nelle azioni, per demotivare per davvero l’Enel e vincere a Porto Tolle è la migliore risposta al “piano carbone”.
Il caso di Porto Tolle è significativo perché mette in luce da un lato, la capacità del movimento di connettere gli elementi vitali di Empedocle –aria, acqua, terra, fuoco/energia fino ad assumere il
tema degli sconvolgimenti climatici e dall’altro, istituzioni incuranti della salute dei cittadini e dell’ambiente e piegate agli interessi dei grandi gruppi energetici.
Il movimento No Dal Molin
Infine racconterò brevemente il caso più noto: il movimento No Dal Molin. Nato per impedire la cementificazione dell’ultima area verde di Vicenza, sviluppa rapidamente una straordinaria capacità di connettere tre temi: quello della difesa del territorio cioè dello spazio sociale e ambientale come bene comune; quello della democrazia intesa come volontà di non delegare le scelte sul proprio territorio e il grande tema della pace intesa come ripudio della guerra secondo il dettato costituzionale.
Nella tarda primavera del 2006 scopriamo che il sindaco berlusconiano e la leghista presidente della provincia, da tempo trattano segretamente con Berlusconi e l’ambasciata l’insediamento di una nuova mega base americana nel cuore di quartieri residenziali, a due chilometri in linea d’aria dalla Basilica palladiana e in un territorio già pesantemente militarizzato. La CGIL innesca il movimento. Scegliamo una partenza sottotono per non connotare politicamente il movimento ed essere subito marchiati dall’infamante accusa di antiamericanismo che puntualmente ci affibbia il Giornale di Vicenza. Si mette in moto una valanga: 500 manifestanti in luglio, 1500 in agosto, 10.000 in ottobre, 30.000 il 2 dicembre 2006, 150.000 il 17 febbraio 2007 e poi tante altre lotte.
Cresce nel tempo lo schieramento dei parlamentari che sostengono la nostra azione fino a raggiungere il numero di 150. Nel corso dei mesi il nuovo governo di centro sinistra aveva alimentato grandi aspettative tra i cittadini.
Prodi incalzato da un gruppo di parlamentari della sua maggioranza aveva dichiarato di fronte al Parlamento la volontà di “riconsiderare complessivamente” la scelta del governo Berlusconi. Il ministro Parisi aveva ripetutamente sostenuto che nessuna intesa formale era stata sottoscritta con il governo americano e che nessuna decisione sarebbe stata assunta contro il parere della comunità locale alla quale chiedeva di esprimersi attraverso referendum.
Grandi erano le aspettative alimentate dal nuovo corso della politica estera. Era stato mantenuto l’impegno del ritiro delle nostre truppe dall’Iraq e sembrava affermarsi una nuova visione che metteva al centro l’Europa per mettere fine all’unilateralismo degli USA.
Poi è giunto inaspettato l’editto di Bucarest. Prodi, dalla capitale rumena, derubrica a questione urbanistica e amministrativa il tema della mega-base, dunque di competenza dell’amministrazione comunale che aveva già dato disco verde. Incalzato dai giornalisti aggiunge: “qualcuno aveva parlato di referendum”. Quello sconosciuto era il suo ministro della difesa. Un altro sconosciuto, il segretario del maggior partito di maggioranza, l’aveva rilanciato poche ore prima dagli schermi televisivi.
Dunque: in parlamento il governo di centro sinistra non ha i numeri della sua maggioranza per approvare la richiesta americana e così rinvia alla comunità locale l’onere di decidere attraverso un referendum che l’amministrazione cittadina di centro destra non vuole indire perché è sicura di perderlo. E così provvede l’ambasciatore americano: cala improvvisamente a Vicenza, mette in riga l’establishment, scende a Roma e incontra in rapida successione un preoccupato D’Alema e il Presidente Napolitano. Poche ore dopo arriva l’editto di Bucarest. La sera stessa 10.000 persone occupano la stazione ferroviaria e il movimento continuerà a battersi nei mesi successivi. Date le condizioni l’esito era scontato. Due i risultati raggiunti. Il primo, modesto, è stato di natura urbanistica: lo spostamento della base da est a ovest e la realizzazione a fianco della base di un
parco cittadino, il parco della pace. Il secondo, dai più inaspettato, la vittoria del centro sinistra alle elezioni comunali dell’aprile 2008 premiando un candidato sindaco che era stato a fianco del movimento. Egli, mantenendo le promesse, promuove una consultazione popolare per dar voce alla cittadinanza. Ma la stessa viene annullata dal Consiglio di Stato quattro giorni prima del suo svolgimento. Di fronte all’ennesimo atto di arroganza, più di diecimila persone scendono in piazza la sera stessa convocando una consultazione autogestita.
Decine di gazebo vengono allestiti da centinaia di volontari per il voto. Code interminabili colorano fin dal primo mattino la giornata di democrazia e riscatto della comunità berica. Alla chiusura dei seggi si conteranno quasi venticinque mila votanti, il 95% dei quali si esprime contro la realizzazione della nuova base americana.
È una prova inappellabile di democrazia e partecipazione alla quale gli statunitensi, che si definiscono amici di Vicenza ed esportatori di democrazia, rispondono nel febbraio 2009 aprendo il cantiere per la realizzazione della nuova base.
Ma non riescono ad impedire quello che è il lascito più duraturo del movimento, il più significativo: aver risvegliato una città. Il movimento infatti ha prodotto una crescita culturale e sedimentato un voglia di partecipazione, di protagonismo sociale e politico prima sconosciuta che ancora oggi è viva ed operante, come potrà testimoniare tra poco Danilo Andriollo.
Conclusioni.
Queste esperienze di lotta ci raccontano la capacità dei movimenti d’innestare fermenti politici e culturali in grado assumere, nelle fasi più mature, un rilievo nazionale, di mandare un messaggio potenzialmente universale come avviene quando il tema del territorio s’intreccia e si connette con quello della pace e degli sconvolgimenti climatici. Altro che fenomeno Nimby!
Interpretazione questa, tesa a delegittimazione le rivendicazioni popolari. Chi si batte per la difesa del proprio territorio diventa un «intruso» nel dibattito politico e civico, presentato come incapace di una visione generale e pertanto va messo fuori gioco, ridotto al silenzio, ignorato. Naturalmente la qualità dei movimenti dipende anche dalla capacità delle forze culturalmente e politicamente più mature di stare in un rapporto positivo con essi rispettandone i tempi di maturazione.
Alle lotte ambientaliste viene spesso strumentalmente contrapposto il tema del lavoro. Il saccheggio del territorio e la compromissione della salute come prezzo da pagare per difendere l’occupazione. E’ accaduto nel caso di Vicenza e in Riviera del Brenta. Accade a Porto Tolle e a Venezia così come a Taranto. Tale contrapposizione può essere superata solo se si acquisisce la consapevolezza che lo sfruttamento dell’uomo sulla natura è l’altra faccia dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo dalla quale ne consegue la ricerca di una diversa ragione dello sviluppo. Un discorso ecologico non può essere disgiunto da un discorso sociale e viceversa. Per questo, per esempio, nel caso di Porto Tolle abbiamo dimostrato, senza essere smentiti, che investendo la stessa cifra nelle rinnovabili si potrebbero creare un numero di posti di lavoro venti volte superiore.
E’ l’obiettivo assunto dalla Fiom in piazza con gli ambientalisti. Offrire alternative di lavoro pulito è un compito ineludibile per unire il “rosso” e il “verde” come non si stanca di ricordarci Alberto Asor Rosa.
Certamente nei casi che vi ho brevemente raccontato le istituzioni hanno dato cattiva prova di se e questo scollamento non promette nulla di buono per la democrazia. Ciò accade quando le istituzioni, anziché assolvere ai loro insostituibili compiti di rappresentanza, si propongono come
attori principali e protagonisti dei conflitti. Quando la politica non funziona più come spazio di mediazione in cui vengono assunte e recepite le istanze dei cittadini.
Dalla vicenda Dal Molin in particolare sorge spontaneo un interrogativo. Che il potere stia altrove? Che non risieda cioè nel Parlamento eletto a suffragio universale? Che l’Italia sia un paese a sovranità limitata?
Forse devono averlo pensato anche quelle cinque deputate della maggioranza prodiana che dopo aver condotto senza successo la propria battaglia nel parlamento nazionale decidono di volare a Washinton per tentare di convincere i rappresentanti del Congresso americano a desistere dalle loro richieste.
Del resto, negli ultimi tempi, non abbiamo forse tutti scoperto che in Europa comanda Berlino?
E più in generale che la sovranità popolare è stata sostituita dalla dittatura dei cosiddetti mercati ovvero del capitale industriale/finanziario? Non sta forse qui la causa più profonda della crisi dei partiti e della democrazia rappresentativa? Non è forse maturo il tempo per la sinistra di assumere la dimensione dell’Europa politica e sociale? E più in generale di un nuovo internazionalismo? Ecco perché il tema della multiscalarità dei problemi è un tema ineludibile. La vicenda referendaria dimostra che quando i problemi vengono affrontati alla scala giusta vale la massima di Gandhi: “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”.








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Settis, Salvatore
( 26.10.2012 08:31 )
Emiliani, Vittorio
( 22.10.2012 20:23 )
Settis, Salvatore
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Lungarella, Raffaele
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Eddyburg
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Salzano, Edoardo
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D'Onofrio, Francesco
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Emiliani, Vittorio
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Foschi, Marina
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"The Right to the City for the Defense of Common Goods", Dialogo tra l'ecologista canadese Dimitri Roussopoulos e l'urbanista Edoardo Salzano, Napoli, 3 settembre ore 9,00 -->
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