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Una nuova alleanza salverà la cultura
Data di pubblicazione: 31.08.2012

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Nuove reazioni all’appello contro la privatizzazione di Brera che denunciava appunto la necessità di una discussione pubblica. Corriere della Sera, 31 agosto 2012 (m.p.g.)

Il labirinto di Borges, realizzato in ricordo dello scrittore nei giardini della Fondazione Cini sull'Isola di San Giorgio a Venezia, è emblematico degli intricati e rischiosi percorsi da intraprendere per tutelare e valorizzare i nostri Beni culturali. In Italia i musei sono più di tremila, ma anche le fonti istituzionali divergono sul loro numero. Poi ci sono le aree archeologiche, gli archivi e le biblioteche. E su di essi, ogni giorno emergono ritardi o controversie: la biblioteca dell'Istituto per gli Studi filosofici di Napoli finita negli scatoloni, l'opposizione degli storici dell'arte alla nascita della Fondazione Brera a Milano, lo Stato che non paga l'ultima tranche per concludere il restauro alla Galleria dell'Accademia a Venezia.

«C'è un problema di efficienza, non solo una mancanza di fondi pubblici, che vengono spesi male», afferma Pasquale Gagliardi, dal 2002 Segretario Generale della Fondazione Cini, con un passato manageriale e di studioso delle istituzioni culturali. «I burocrati di stato trovano spesso spiegazioni cavillose per giustificare inadempienze; affidarsi ai privati significa, invece, correre il rischio che qualcuno consideri beni o finanziamenti pubblici qualcosa di cui approfittare. C'è, da un lato, un problema di denaro pubblico a volte gestito con scarso riguardo. Dall'altra la bramosia di chi non percepisce il valore di gestire risorse comuni». Trovare la via che porti fuori da questo labirinto non è facile, e la strada è stretta: «In Italia manca un'etica pubblica diffusa; ma in nessun Paese del mondo la cultura si fa solo con soldi pubblici. Servono dei privati per i quali l'investimento culturale è una forma di restituzione alla società». Solo che la fenomenologia di questi investimenti, quando ci sono, rivela che i privati (individui, società o fondazioni), prediligono sostenere istituzioni che danno lustro, come la Scala o la Fondazione Cini, trascurando il territorio diffuso, del quale si deve sempre far carico lo Stato.

«Questo perché in Italia manca il mecenatismo classico — dice Gagliardi — e perché è assente un adeguato sistema per la defiscalizzazione dell'investimento culturale. Negli Stati Uniti c'è la corsa per avere il proprio nome sulla targhetta sotto un quadro. Da noi c'è troppo familismo anche in questo. Si lasciano i beni agli eredi, raramente alla società. L'Italia è un Paese di clientele, di salotti buoni, di imprese piccole e poco attente al sociale». Ne consegue che, quando il privato investe in cultura, spesso siamo di fronte a casi di narcisismo individualistico o alla richiesta di poter avere «mani libere» senza lacci e lacciuoli, in un'ottica poco moderna. «Spesso si vogliono abolire i controlli di legge; ma quando si chiede la piena autonomia si sbaglia. Ci vuole un giusto controllo. Anche l'Istituto per gli Studi filosofici, forse, era da gestire in maniera diversa». Meno personalistica? «Non esiste una cultura che non va controllata, che si giustifica in quanto tale. Anche la Cini, per anni, non era interessata al numero di visitatori e non si occupava di quanto fossero distribuiti i libri da lei promossi. La cultura non ha prezzo è uno slogan senza senso». Ma è auspicabile affidare la memoria collettiva a un soggetto privato? Se i «nuovi privati» fossero arabi, russi? «Sarei contrario. I beni sono un patrimonio collettivo e vanno assicurate garanzie e benefici collettivi».

E allora che fare? «Agire in partnership, con finanziamenti privati e statali legati a progetti condivisibili. L'economia non è la negazione della cultura. Lo stato non può fare da solo, bisogna fare connubio. Ma ci vuole anche un personale pubblico partecipe, con qualità tecniche e morali. Quando Pasquale Gagliardi, Segretario Generale della Fondazione Cini dal 2002 gli storici dell'arte si oppongono ai privati, mi sembra un riflesso spontaneo. Talvolta, ciò, è proprio anche dei sovrintendenti, ma non qui a Venezia, dove con Renata Codello abbiamo collaborato con intesa e ottenendo risultati. Ci ha anche difesi nel contrastato intervento alla manica lunga e nel rifacimento del refettorio palladiano». Per la gestione dei musei, dunque, «si potrebbe puntare sulle fondazione di partecipazione, che mantengono un equilibrio tra bene pubblico e progetto privato mirato». Progetti che, alla Cini, riescono meglio anche per la fortissima attrazione del luogo. «Potremmo dare vita — conclude Gagliardi — a laboratori per artisti contemporanei oppure ospitare scrittori che intendono scrivere un racconto su Venezia». Anish Kapoor, Vilcram Seth e il Nobel V.S. Naipaul si sono già assicurati un posto vista San Marco.









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( 04.11.2012 16:18 )
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