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Edoardo Segantini
«Il federalismo irresponsabile che devasta il nostro paesaggio»
29 Agosto 2012
Il paesaggio e noi
Per la serie “da che pulpito”, un nuovo intervento a difesa del paesaggio. Con inevitabile postilla. Corriere della Sera, 28 agosto 2012 (m.p.g.)

Centinaia di chilometri di coste distrutti da ogni genere di abusivismo. Centri urbani stravolti da una crescita cancerosa. Il degrado spicca in Calabria, ma il quadro non è molto diverso nel resto d'Italia, in Val d'Aosta come sulle Riviere liguri. Paradossalmente l'unico Paese che nella Costituzione si proclama tutore del paesaggio assiste impassibile al suo massimo strazio.

Così scriveva ieri sull'editoriale del Corriere Ernesto Galli della Loggia. E Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali, «condivide totalmente» la sua denuncia: lo scempio del paesaggio italiano è il risultato della pessima qualità delle classi politiche locali e della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale.

«Uno degli atti più sciagurati compiuti nel nostro Paese — sostiene lo storico dell'arte 73enne — è la riforma del Titolo V della Costituzione. La Repubblica, che dovrebbe tutelare il paesaggio e i beni artistici, di fatto non è più una, diretta dal centro, ma un guazzabuglio di tutto: le regioni, le province, i comuni, fino ai consigli di quartiere. Istituzioni governate il più delle volte da personaggi mediocri, con le conseguenze che vediamo».

Ne è talmente convinto, Paolucci, da farne quasi un punto di autocritica rispetto alla propria passata attività ministeriale nel governo Dini, tra il 1995 e il 1996. «Fossi di nuovo ministro — afferma lo studioso — mi impegnerei ancora di più per frenare la deriva particolaristica che è seguita alla pessima riforma costituzionale del 2001. Forse allora non riuscii a immaginarne del tutto le implicazioni e le conseguenze».

Prima della riforma un sovrintendente rispondeva al governo centrale; mentre nel sistema attuale, con i poteri di tutela distribuiti tra i vari livelli locali, le competenze sono frammentate, i poteri dei tecnici ridimensionati e, in caso di contenziosi, il Tar dà quasi sempre ragione agli enti locali. Con l'effetto di intimidire ancor più l'azione dei controllori.

Eppure i sovrintendenti sono stati spesso accusati di essere, a loro volta, un centro di potere che paralizza ogni trasformazione urbanistica. «Certo, è l'eterna accusa di bloccare tutto, di essere nemici della modernità. Ma è un'accusa ingiusta. Il mestiere dei sovrintendenti è controllare. E, quando si controlla, a volte si deve bloccare. È una missione svolta per tutti. La tutela dei boschi dell'Aspromonte o degli acquedotti laziali interessa tutti gli italiani, anche quelli di Bolzano. Interessa la patria, e pazienza se a qualcuno la parola non piacerà o sembrerà retorica. Non lo è».

A proposito di parole. Le brutte cose, così come le belle, tendono a trasferirsi nel linguaggio, rivelando talvolta sinistre mutazioni culturali. Il degrado ambientale, sottolinea l'esperto, ha contaminato anche la lingua italiana. «Tanto che il termine "paesaggio", forse perché rigoroso, o considerato elitario, è stato sostituito con il più comodo concetto di "territorio", che implica utilizzo, sfruttamento, svincoli, parcheggi. Una parola amata da assessori e geometri, ma anche da molti urbanisti. E "godimento" è stato rimpiazzato da "fruizione", riducendo la Venere del Botticelli alla stregua di un servizio pubblico (di cui, appunto, si fruisce) o di un'esenzione fiscale».

Che fare? Il direttore dei Musei Vaticani ritiene che si debba «rimettere la palla al centro», restituendo potere all'amministrazione dello Stato, un'amministrazione che venga opportunamente riqualificata. Ma la vera sfida è coordinare gli interventi tra i vari ministeri: dai Beni culturali allo Sviluppo economico. «L'Italia è la repubblica delle individualità, un connotato che rappresenta la sua bellezza. Siamo il luogo delle differenze. Dobbiamo impegnarci a salvaguardarle ma in un quadro di coordinamento centrale».

Quasi un ossimoro, Paolucci lo sa bene. Da dove può arrivare la conciliazione di questi due estremi? La tutela del paesaggio, ricorda lo studioso, nasce in Italia cinque secoli or sono, quando Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, crea la potestà normativa dei beni culturali affidandone la sovrintendenza a un «tecnico». Ma non a un tecnico qualunque: a Raffaello. Così nasce la «civiltà italiana della tutela». Gli altri due momenti essenziali, nel Novecento, sono la legge Bottai del 1939 («opera del miglior ministro dell'Italia moderna») e l'articolo 9 della Costituzione, anch'esso unico al mondo.

Tutte azioni figlie di grandi personalità intellettuali. Grazie a quelle leggi, grazie a quell'operato, il patrimonio culturale italiano è arrivato quasi intatto fino a noi. Da un certo punto in poi però il Paese non è stato più in grado di tutelarlo, nelle stagioni della crescita economica. La recessione, pur con tutti i suoi mali, potrebbe forse spingere brutalmente verso qualche ripensamento benefico, anche per l'economia. «O almeno c'è da augurarselo».

Postilla

Fra gli adepti della difesa del nostro martoriato paesaggio, registriamo dunque un altro arrivo, quello dell’ex ministro per i beni culturali. Di irrilevante azione in quel ruolo (e però in ottima compagnia, da questo punto di vista), l’attuale direttore dei Musei Vaticani fu per molti lustri sovrintendente fiorentino del polo museale e vero dominus della politica culturale della città. Con risultati non certo indimenticabili, visto il lunghissimo sonno che caratterizza le istituzioni fiorentine dal punto di vista della produzione culturale.

Da circa tre decenni, durante i quali non solo nulla è stato fatto per contrastare l’affermazione di quell’one company town (definizione dello stesso intervistato) responsabile dello stravolgimento e del degrado del centro storico fiorentino, ma pieno è sempre stato il concerto con quelle classi politiche locali che nell’articolo si definiscono di pessima qualità, in generale, come peraltro le inchieste della magistratura stanno dimostrando nel caso specifico.

Se il centro di Firenze è un immane suk a cielo aperto e gli Uffizi sono ridotti ad un bancomat per denaro pronta cassa e per opere d’arte da spedire in giro per il mondo a coronamento dei più improbabili eventi, i responsabili vanno cercati non solo a Palazzo Vecchio.

Come eddyburg sostiene da sempre, è perfettamente vero che la realizzazione di un federalismo improvvisato e mirato esclusivamente a scopi predatori ed elettorali è causa primaria del degrado del nostro paesaggio e del nostro patrimonio culturale, ma occorre cominciare a dire che questa resa dello Stato è avvenuta spesso con l’acquiescenza e il vero e proprio aiuto della sua classe dirigente, disponibile, ben oltre il mandato istituzionale, ad accordi di ogni tipo con i politici locali. Si è trattato, e parlo dei più alti livelli, di una vera e propria trahison des clercs di cui bisognerà cominciare a scrivere la storia.

Come – parallelamente – sarà utile esercizio verificarne gli atteggiamenti di disponibilità, ai limiti della sudditanza o peggio, nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, alle quali sono state fatte e si continuano tuttora a fare concessioni indebite a danno del patrimonio della nazione e quindi di noi tutti.

Il federalismo di cui si denunciano ora i danni, insomma, non è solo un perverso meccanismo istituzionale che ha costretto alla cessione di poteri e deleghe, i buoni – lo Stato – a vantaggio dei cattivi – gli enti locali.

Altre realtà nazionali dimostrano che i processi di decentramento possono essere governati in modo da produrre un vantaggio per i cittadini in termini di maggiore efficienza della pubblica amministrazione.

In Italia, invece, questa denominazione è in realtà servita a coprire nè più meno, nè meno che la svendita del patrimonio di tutti – che fosse il territorio, o i beni culturali o i servizi sanitari - a vantaggio, personale e familistico, di pochissimi: speculatori privati, politici locali e nazionali e boiardi di Stato. (m.p.g.)

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