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Ciao, Renato
Data di pubblicazione: 06.08.2012

Una selezione di articoli per ricordare un grande uomo di cultura, protagonista di una delle migliori stagioni della vita politica romana :Ida Dominijanni e Gianfranco Capitta Il manifesto , Valerio Magrelli (La Repubblica), 5 agosto 2012 (m.p.g.)

Il manifesto
Il movimento senza equivoci
di Ida Dominijanni


Renato abitava a pochi metri dal manifesto, e dunque capitava spesso d’incontrarlo, mangiare qualcosa assieme a lui e a Marilù, chiedergli un pezzo che non lesinava mai, scambiare due idee sull’ultimo fatto che ci aveva colpiti o sull’ultima iniziativa che aveva messo in piedi. Due idee o anche solo una battuta, perché l’ironia, caustica, e l’intelligenza, generosissima, erano in lui la stessa cosa, così come la rapidità delle associazioni mentali, della fantasia e dell’inventiva facevano tutt’uno con la profondità dello sguardo e lo spessore del sapere. Adesso come trent’anni fa, il tocco veloce, leggero, imprevedibie, indisciplinato e al tempo stesso meditato e mirato, motivato e progettuale era sempre lo stesso, cifra inconfondibile di una personalità irripetibile, impronta incancellabile di un amico indimenticabile.

Adesso come trent’anni fa, del resto, non era cambiato il tiro dell’azione, culturale e politica, culturale cioé politica, che restava ugualmente alto oggi nella programmazione del Teatro di Reggio Calabria, la città dell’insegnamento universitario, come ieri nella programmazione dell’Estate Romana, la capitale dell’esperimento di governo: e tanto Nicolini si sentiva felicemente radicato in quell’esperimento, quanto lo infastidiva vedersi monumentalizzato e racchiuso solo in quella cornice, che lui non aveva mai considerato né chiusa né conclusa, e casomai altri avevano fatto sì che si chiudesse o non avevano fatto in modo che si riaprisse. Il cordoglio unanime e il riconoscimento corale che accompagnano ora la sua scomparsa testimoniano da soli quanto sia stata in realtà duratura l’impronta della politica del co-iddetto effimero, ma non rendono conto di quali e quanti conflitti, ostacoli, equivoci l’abbiano costellata. L’equivoco, infatti, permane in memoriam: la leggerezza contro il piombo, le luci della notte contro il buio del terrorismo, la cultura in piazza contro le piazze armate, lo spettacolo insomma contro il conflitto, la distrazione di massa contro la durezza del passaggio dagli anni Settanta agli Ottanta...

Ma non fu questo l’effimero, non fu questo l’Estate romana, non è stato questo Renato Nicolini.Non vale nemmeno la pena, oggi che nelle notti d’estate del più minuscolo borgo d’Italia si intrecciano cultura alta e bassa, fioriscono le arene e fioccano, o con la crisi languono, le sponsorizzazioni, tentare di restituire la dirompenza di un’idea che all’epoca ridisegnò la Capitale, reinventò gli spazi, invertì il giorno e la notte, aprì il centro ai barbari delle periferie, offrì le rovine antiche alla fruizione del presente, incantò e inchiodò giovani vecchi e bambini con le con le loro seggioline a Massenzio davanti ai tutt’altro che leggeri Senso di Visconti o Napoléon di Abel Gance, scoprì o riscoprì, con Nicolini e la sua squadra che non dormivano mai e mangiavano cioccolata per tenersi su, un monumento o uno squarcio o una piazza al giorno. Né vale la pena di ricordare che molti scettici o detrattori di allora, spaventati da questa irruzione di massa sulla sacralità della cultura, hanno finito con l’adottarne nel tempo la convenienza commercia-e senza saperne riprodurre l’energia, le intenzioni e lo spirito.

Merita invece tornare sull’equivoco politico di cui sopra, perché è sintomo di un problema aperto nella memoria collettiva sul passaggio dagli anni Settanta al dopo, e perché a Renato stava a cuore dissiparlo ogni volta che poteva. Ne scrisse per noi in un articolo sul decennale del Ne scrisse per noi in un articolo sul decennale del Settantasette che ripubblichiamo qui sotto, dove raffigura il ’77 e l’Estate romana come due gemelli: non l’una contro l’altro, non la luce dopo il buio o la leggerezza dopo il piom- bo o lo spettacolo dopo il conflitto, bensì l’una incontro all’altro, rispo- sta politica e istituzionale alle do- mande di quel movimento, l’unica risposta giocata sul terreno della contaminazione e non su quello difensivo della immunizzazione dei «buoni» dai «cattivi», dei perbene dai permale, dei rispettabili del centro dai barbari delle periferie, dei colti da ossequiare dagli incolti da indottrinare. Quel movimento e i bisogni che esprimeva e anticipava, scriveva Renato nel 1987, non hanno avuto altre risposte e altri interlocutori politici laddove sarebbero stati necessari: sulla disoccupazione, la ristrutturazione del lavoro, la forma-metropoli, la terziarizzazione.

Era vero allora, resta vero oggi che la crisi economica ci presenta ilconto di una trasformazione trentennale. Era vero allora, resta vero oggi che la crisi della politica paga anche il prezzo della sottovalutazione di figure d’eccezione come quela di Nicolini, o della loro derubricazione a eccentricità effimere legate a una stagione e a una sola. Con la sua politica della vita che sapeva parlare alle vite – biopolitica affermativa, la si chiamerebbe oggi – l’assessore dell’Estate romana avrebbe avuto ancora molto da dire e da dare contro la tanatopolitica triste e depressiva del neoliberismo europeo.


La Repubblica
Se n’è andato Nicolini sognatore
metropolitano

di Valerio Magrelli

“Non adottiamo quegli spettacoli che rinchiudono tristemente poche persone in un centro oscuro, tenendole timorose e immobili nel silenzio e nell’inerzia”. Chi sa se Renato Nicolini, architetto, docente, assessore, ma soprattutto mirabile inventore dell’Estate romana, avrà avuto presenti queste parole che Jean-Jacques Rousseau scrisse oltre due secoli fa.IL GRANDE filosofo ginevrino voleva condannare il teatro e ogni tipo di intrattenimento basato sulla passività del pubblico. In questo, il suo teatro ricorda molto da vicino il nostro cinema (per non parlare di televisione...). Ebbene, a tutto ciò veniva opposto un ideale di gioioso rito collettivo, cui far partecipare l’intera comunità.

Detto altrimenti: una cittadinanza non può restare unita soltanto per ragioni di interesse. L’esistenza comune richiede un rapporto emotivo. Un popolo felice deve saper ritrovare la sua coesione nei giochi, nei divertimenti: «Piantate in mezzo a una pubblica piazza un palo coronato di fiori, ponetevi intorno un popolo, e otterrete una festa ». In tal modo, ha spiegato Paolo Apolito seguendo le ricerche di Mona e poi Ozouf, la festa assume addirittura il compito di «rendere evidente, eterno, intangibile il nuovo legame sociale».

Certo, un simile discorso sembrerà preso un po’ troppo alla larga, eppure, per apprezzare il progetto di Nicolini, occorre ricostruirne la genealogia. Infatti, sotto la cappa degli Anni di piombo, questo studioso in apparenza tanto svagato, ebbe l’idea acutissima e letteralmente rivoluzionaria (nel senso del suo prototipo francese) di trapiantare la festa nel cuore della metropoli moderna, e al contempo di riappropriarsi della notte, ossia di uno spaziotempo che il terrorismo aveva
progressivamente convertito in mesto «coprifuoco». Ebbene, Nicolini «scoprì quel fuoco », lo fece divampare, ma senza più violenza, anzi, nel segno della pura euforia dionisiaca, con balli, canti, letture.

Chi non ricorda la tre giorni di poesia sulla spiaggia di Castelporziano, organizzata da Franco Cordelli nel 1979? Autori italiani e stranieri, il falso annuncio di un concerto di Patty Smith, trentamila spettatori vocianti, l’assalto al cibo e al palco, il crollo di quest’ultimo, la magica apparizione di Allen Ginsberg che, trasformato in Orfeo, placa con un suo mantra la folla inferocita.

E in tutto ciò, al largo, una petroliera in fiamme (o erano due? oppure stiamo entrando in «Apocalipse now»?). Così, fra dada e pop, il teatro fagocitò la poesia, dando vita ad una sensazionale performance.

Ma Nicolini era questo, un apprendista stregone, anche se danni non ne fece mai. Nel frattempo nei parchi cittadini, da Villa Ada a Villa Borghese, e in mezzo ai più maestosi monumenti, la città ritrovava umanità e insieme unanimità.

Se tutto ciò è vero, risulterà evidente che il suo capolavoro fu il rilancio del teatro e del cinema all’aperto. Ai testi di Peter Brook recitati nelle vie del quartiere Prati, rispose il film «Senso» di Visconti, proiettato nell’agosto 1977 sotto le volte della Basilica di Massenzio. Non più poche persone, timorose, immobili, inerti, silenziose, chiuse in un centro oscuro, bensì una folla raggiante e scatenata, vivace e rumorosa, raccolta in platee immense e luminose. Altro che Effimero! Quello che alcuni chiamarono così, fu in realtà la vittoria di Rousseau.


manifesto
La stagione delle arti
d Gianfranco Capitta


Il dolore per la morte di Renato Nicolini è soprattutto quello di una privazione di qualcuno insostituibile. Non solo per le chance che la sua presenza dava a una politica che pure lo ha sempre rifiutato, non gradito, messo ai margini mentre faceva posto, e si teneva stretti in primo piano i mediocri, magari incapaci, magari corrotti. Nicolini è e resterà insostituibile per qualcosa che ha fatto di molto concreto, qualcosa che lui stesso filosofava fosse «effimero», ma che si è rivelato duraturo come il marmo e inoppugnabile come un teorema copernicano. L'invenzione della «estate romana», la voglia di consumo culturale che ha snidato e attratto in centro la sera una popolazione che se ne stava chiusa in casa per paura e sfiducia, e che riscopriva invece, come in una saga delle favole antiche, quanto fosse «bello» vedere un film con altre migliaia di spettatori, vedere spettacoli che non avrebbe mai sognato di vedere, che fossero classici o elaborazione di avanguardia, ma in un luogo riconoscibile e affidabile, dove il centro tornava a essere a disposizione delle periferie, beh quella invenzione ha attirato su di lui una gratitudine e una popolarità plurigenerazionale (il suo nome, come la sua creatura, sono entrati nel linguaggio comune), ma anche tanta animosità e tanto boicottaggio personale.

Ora Renato Nicolini è rimasto vittima di una orribile malattia, che lo ha colpito in meno di un anno prima ai polmoni e poi alla colonna vertebrale (lui che non ricordo fumasse, così come non guidava un'auto), e che ha cancellato in poco tempo quel volto da eterno ragazzo, quel sorriso inconfondibile che si era fatto insieme amorevole e scettico, curioso e insoddisfatto. Aveva settant'anni giusti, compiuti il primo marzo, e si diceva contento di andarsene finalmente in pensione dall'università. Da tanto tempo si sobbarcava ad andare e tornare dalla sua Roma a Reggio Calabria, sua sede accademica, dove però insieme alla sua compagna attrice Marilù Prati da tanti anni si spendevano per dare a quella città un laboratorio teatrale di livello adeguato. Così che erano riusciti a legare università e altri enti nella gestione del Teatro Siracusa, una grande struttura dove dare i classici e Pinter, le riscritture di Adele Cambria e quelle di Francesco Suriano. Con una vitalità e una perseveranza notevoli, che del resto gli venivano sempre da quell'invenzione degli anni 70.

Era stato allora che, giovane architetto, militante per quanto problematico nel Pci (di una genìa di architetti celebri, che contemplava tra gli antenati anche il famoso Piacentini), era stato chiamato a sorpresa dal mitico sindaco Giulio Carlo Argan come assessore alla cultura nella giunta capitolina di sinistra, che poneva termine alla lunga, soporifera e iperdevozionale amministrazione di centrosinistra ad egemonia dc. Poi ci sarebbero stati i sindaci Petroselli e Vetere, ma il nome di Nicolini si era nel frattempo fatto conoscere nel mondo. Perché erano i bui anni 70, e Roma si era chiusa in una spirale cupa di opposizione frontale quanto simbolica. L'invenzione del cinema a Massenzio, con megaproiezioni sotto le famose arcate imperiali di classici del cinema, attrasse irresistibilmente quasi fino all'alba il pubblico romano. Anzi i pubblici, perché c'erano famiglie e intellettuali, studenti e anziani, che si sarebbero moltiplicati ancora quando lo schermo diventò immenso, prospiciente l'arco di Costantino, e la platea si allungò fin quasi al Circo Massimo: e il muto Napoleon di Abel Gance risuonò di una partitura sinfonica dal vivo diretta dal maestro Coppola! I francesi son stati gli ammiratori più sfrenati dell'invenzione nicoliniana: Jack Lang la prese dichiaratamente a modello per costruire la sua fortuna come ministro della cultura della République.

Ma il cinema era solo la punta più vistosa dell'iceberg: tutte le arti hanno avuto da Nicolini, in quella felice stagione, un impulso che a Roma non si era mai visto, scatenando del resto gli studi dei sociologi come le chiacchiere al bar. In teatro il suo intervento non fu meno radicale: dalla conquista dei luoghi meno visibili per farne sede di spettacolo (e neanche facile, se si pensa a uno storico Britannicus di Racine nella chiesa dei Fori) ai molti palcoscenici in contemporanea del Parco Centrale di via Sabotino, alla riapertura degli argini del Tevere e della mussoliniana villa Torlonia, alla stessa nuova funzione fatta assumere al Teatro di Roma, che si convinse a promuovere e realizzare i progetti che provenivano anche dall'assessorato di piazza Campitelli. Nicolini era in grado di far risvegliare i pigri uffici amministrativi e le soprintendenze, con il sorriso e con la cocciutaggine. Se no, non si sarebbe mai realizzato quel vero evento storico del Festival dei Poeti sulla spiaggia di Castelporziano: poeti da tutto il mondo, spettatori da tutta Europa, emozioni da profondità marine.

Oggi, dopo soli 30 anni, tutto questo sembra archeologia lontana; o forse fantascienza, se rapportata ai balbettii insensati e senza fondamento di Alemanno e della sua giunta. Del resto Nicolini assessore, nonostante la fiducia e l'appoggio dei suoi sindaci e del suo pubblico, non ha avuto contro solo la destra più ovvia. Per la nota legge dell'invidia, soprattutto da parte di chi non riusciva a imitarlo pur provandoci incessantemente, lui non era amato certo a Botteghe oscure. Sia per l'incapacità a comprenderlo di quella generazione che lì a due passi dal suo assessorato non riusciva neanche ad affermarsi (ma oggi è ben solida al proprio posto), sia perché nessuna via preferenziale veniva accordata ai progetti provenienti «dal partito». Oltre alla concomitante insofferenza che per lui provavano i socialisti: uno di loro arrivò a farsi nominare vicesindaco pensando di poterlo meglio controllare! Nicolini, bisogna proprio dirlo, è rimasta sempre una persona onesta, giocherellone nei comportamenti quanto rigoroso sulla qualità dei progetti, quando vi scorgeva una radice culturale valida. Del resto così è arrivata Pina Bausch all'Argentina, Bob Wilson e Gavin Briars hanno composto un episodio di Civil War per il Teatro dellOpera, e Klaus Maria Brandauer è stato Jedermann sul Campidoglio come faceva davanti al duomo di Salisburgo. Senza Renato, sembra davvero un'altra era glaciale, di cui c'è rimasto in eredità solo il freddo disincanto.

vedi anche l'articolo di Vezio De Lucia









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