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Banche, grandi opere e debito pubblico
Data di pubblicazione: 19.07.2012

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Le Grandi Opere grandi alleate della speculazione finanziaria per distruggere le economie e impoverire i popoli. Hanno i piedi d’srgilla e la politica dei Palazzi fa finta di niente. Il manifesto, 19 luglio 2012

La grande Tav europea perde pezzi: via Lisbona e via Kiev, niente Slovenia, Ungheria e Polonia, la Spagna non ha soldi. E l'alta velocità si conferma per Madrid il più grosso fattore di default producing. Solo in Italia c'è ancora chi, nel Pd, teorizza la formazione di capitale finanziario a debito

La Spagna non resta al centro dell'attenzione per i cento miliardi di euro di "soccorso europeo", che ovviamente non vanno agli spagnoli, ma alle banche del paese, piene di poste insolvibili, di debito pubblico e privato. Ma cosa hanno finanziato negli anni scorsi con capitale che adesso si è liquefatto? A cosa sono dovuti i titoli tossici che oggi il grande management politico - finanziario si affanna a voler rimuovere? Al finanziamento di un modello di sviluppo vacuo, fasullo e dispendioso, che nel recente passato ha posto la Spagna in perfetta linea con l'iperconsumismo folle e dannoso che ha caratterizzato praticamente tutto il sistema economico occidentale; fino a sprofondare nella crisi attuale.

Si sono allora favoriti anche in quel paese mutui privati per prime, seconde e terze case, villaggi turistici, alberghi, esercizi e centri commerciali. Mentre si spingeva il settore pubblico "verso l'Europa", con un'inflazione di grandi opere: l'unica direttrice di mobilità iberica che avrebbe giustificato l'alta velocità (il più grosso fattore di default producing , come ammesso dallo stesso Zapatero) era la Barcellona- Madrid. Invece di limitarsi alla realizzazione di quella linea, gli spagnoli si sono fatti travolgere dall'arrogante, quanto stupida ed interessata, retorica delle grandi opere per modernizzare il paese, collegarsi al continente e simili panzane che ascoltiamo quotidianamente anche dalle nostre parti. Si sono così realizzate cinque tratte di alta velocità, aprendo una voragine di risorse pubbliche; all'inizio coperte dall'azione degli istituti bancari e finanziari, ma che lo stato oggi non riesce a rifondere.

Tra le altre si è realizzata la discutibile linea Barcellona -Lione, che dovrebbe adesso proseguire con la Torino-Lione, una direttrice la cui domanda di traffico non giustificherebbe neppure i lavori di ristrutturazione della vecchia linea storica, ma che trova invece massimo sponsor nella fondazione Banco San Paolo,una struttura in grado di condizionare molta governance, il cui vicepresidente è oggi l'ex "bravo sindaco" di Torino, Chiamparino, da sempre un ultrà della Tav in Val Susa.

Se si vanno invece a verificare la condizioni del famoso corridoio 5 Lisbona - Kiev, in nome della cui urgenza si bastonano i valsusini, si scopre che quasi non esiste, neppure nella pianificazione ufficiale Ue, al di là di qualche schema di massima e delle note stampa. Dal punto di vista dell'attuazione reale si è davvero in alto mare: il tratto portoghese è stato cancellato ufficialmente da quel governo; del tratto spagnolo oltre Barcellona, l'attuale governo iberico non vuole neppure sentire parlare (ovvio per un'economia già affogata da grandi opere); poi c'è il citato tratto Barcellona - Lione, quindi il contestatissimo segmento fino a Torino -per la gioia dei valsusini- e quello fino a Milano, realizzato, ma tuttora non usato (ad oggi l'alta velocità passa per la linea storica). Il tratto Milano - Brescia dovrebbe essere almeno progettato con la prossima cascata di miliardi promessa da Passera. Per il resto della tratta italiana non c'è neppure il progetto di massima. Usciti ad est dall'Italia, della linea non esiste praticamente nulla: la Slovenia ha addirittura interrotto i collegamenti storici con Trieste, in Ungheria e Polonia non sanno di cosa si parla, l'Ucraina chiede un sistema di collegamenti moderno per l'area metropolitana di Kiev, non l'AV.
In Italia invece sembra di essere ancora nello scorso decennio, se non nel novecento. Non solo in Val Susa, ma anche a Firenze, dove istituzioni locali e Rfi insistono nel volere attraversare la città con un megatunnel ed una stazione sotterranea ad altissimi impatti e costi, litigando anche con l'università che rilancia il semplicissimo passaggio di superficie.


In questo Bassanini e Violante teorizzano ancora la formazione di capitale finanziario a debito, mirato alle grandi opere per l'Europa, la modernità, la crescita, e amenità varie, condizionando tuttora la dirigenza del Pd ed evidenziando ancora -ove ce ne fosse bisogno- i legami tra apparati di partito e imprenditoria finanziaria e immobiliare. Rischiando però su questo di acuire uno dei fronti di crisi più aspri per qualsiasi potenziale coalizione politico elettorale di centro- sinistra (a meno di voler rinunciare alle grandi soggettività che hanno permesso di vincere, oltre al referendum, le amministrative di Milano, Napoli e Cagliari prima, di Palermo e Genova più di recente). E Grillo incombe.

Già, perché l'idea della centralità delle strutture finanziarie bancarie è contestata, oltre che da parti rilevanti della sinistra istituzionale e radicale (da Idv a Sel a Fds) certamente dai rappresentanti dei movimenti, compresa la neonata "Alba", che richiedono la priorità di politiche sociali (lavoro) a forte connotazione ambientale (beni comuni).

Il Pd dunque deve riuscire a fare i conti realmente con la fase attuale, e assumere la centralità di temi come lo stop alle grandi opere e al consumo di suolo, la necessità di una green economy territorializzata a base locale, la creazione di lavoro su istanze socialmente innovative di cui il paesaggio fornisca limite e cifra, qualitativi, quantitativi ed eco morfologici. Oppure è bene che quel partito segua il suggerimento di D'Alema, E lasci provare ad una nuova classe dirigente realmente democratica e progressista di candidarsi a governare l'Italia in nome degli interessi della società presente e futura e non delle lobby.








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