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Non temete, il Piano città non esiste
Data di pubblicazione: 13.07.2012

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Il primo intervento nel dibattito che abbiamo sollecitato nel nostro ultimo editoriale:« Non temete: é un fucile senza grilletto e senza cartucce». Con postilla

L’idea di promuovere un Piano per le città è di qualche interesse. Diversamente da altri Paesi a noi vicini, l’attenzione per le città da parte della politica è stata da sempre pressoché inesistente (con l’eccezione del Dipartimento delle aree urbane, scomparso dalla scena istituzionale senza sollevare discussione alcuna dopo essersi occupato di piste ciclabili e poco più). Anzi, una prima critica sul come è stata gestita l’iniziativa è proprio nel non averne marcato la rilevanza e la novità qualora si ritenga davvero che le città possano contribuire alla tanto invocata crescita, ma, se ancora oggi non è dato di conoscere cosa intenda questo Governo per ”crescita”, sarebbe illusorio aspettarsi che Monti o qualche ministro teorizzasse il contributo atteso da un (eventuale) programma di interventi mirato sulle città.

Nessuna indicazione di merito, dunque, da parte del Governo. Se, come appare assai verosimile, era chiaro fin dall’inizio che la disponibilità di risorse finanziarie da destinare alle città è di entità irrisoria (su questo aspetto tornerò in seguito), si sarebbe potuto quantomeno avviare un percorso. Provare cioè ad affermarne l’importanza, a declinare alcuni punti su cui impostare una politica urbana a livello delle amministrazioni centrali, a veicolare il semplice ed inappuntabile messaggio che le politiche urbane necessitano – e chi può contestarlo? – di tempi medi (non inferiori al decennio) per conseguire risultati apprezzabili e che quindi con il Piano per le città si avviava una iniziativa responsabilizzando i governi successivia proseguire l’opera.

Al contrario – ed è quanto ritengo più colpevole – nessuna strategia è stata messa in campo; si è privilegiato l’annuncio rispetto al contenuto, la promessa di rapide aperture di cantieri al tentativo di scomporre la complessità - che però va assunta come tale senza scorciatoie, senza inventare impossibili scorciatoie – per attivare le necessarie politiche di settore. Insomma, una riproposizione delle vuote promesse che hanno costituito quanto di peggio è statopropagandato negli anni trascorsi.
In checosa consiste, in definitiva, il Piano per le città? Decismente in una piccola iniziativa destinata, inevitabilmente, a far perdere le proprie tracce in breve tempo. Così la vede in sintesi il vice Ministro Ciaccia che ne ha assunto la paternità: riunire intorno ad un tavolo, ambiziosamente chiamato Cabina di regia, i rappresentanti delle amministrazioni dello Stato che, al momento (e quindi senza finanziamenti aggiuntivi o riconvertiti per l’occasione), gestiscono programmi di spesa con una ricaduta percepibile e localizzabile (nel senso che l’investimento o il contributo pubblico può essere incluso in un ambito predefinito) sul territorio. I comuni presentano delle proposte, ma non sono previsti vincoli dimensionali di popolazione, né di estensione dell’ambito oggetto della richiesta, né sono definiti di particolari caratteri da possedere come requisiti di accesso per l’ammissibilità. La Cabina di regia verifica se sussistono le condizioni per attribuire risorse. Tutto qui, tenendo comunque presente che i vari capitoli di bilancio gestiti dalle amministrazioni statali – in tutto poche centinaia di milioni di euro - hanno solitamente finalità e modalità di spesa dalle quali è difficile svincolarsi. Qualche esempio: il piano per l’edilizia scolastica deve rispettare delle priorità che non è detto coincidano con le richieste contenute nella proposta, così come il fondo Fia della Cassa DD e PP deve necessariamente ottenere una remunerazione del capitale investito (altrimenti l’operazione non è sostenibile).

C’è di più. Anche pergli obiettivi più modesti il “piano “rischia il fallimento. Nel decreto ministeriale che verrà firmato tra qualche giorno da Ciaccia non è chiaro chi debba fare cosa: da procedure snelle si è passati a (quasi) nessuna procedura. L’ANCI è chiamata a raccogliere ed illustrare le proposte (sono già pervenute circa 40 richieste ma è questo il mestiere dell’Associazione? Di che strumenti tecnici dispone?) dnon si sa con quali criteri le poche risorse disponibili sulla carta saranno ripartite; la questione non è di poco conto poiché, come era prevedibile, i comuni hanno presentato ambiti del tutto eterogenei: riguardano, in alcuni casi, territori assai vasti e, in altri, poco più di un singolo complesso immobiliare.
Una parola sul ruolo delle regioni. Il 5 giugno, in Conferenza unificata, le regioni sono state chiamate ad esprimere il parere sulla questione; le richieste avanzate, con l’eccezione di alcune di incidenza minima, sono volte esclusivamente a rivendicare le proprie competenze senza affrontare alcun aspetto del merito della proposta. In sintesi, le regioni hanno chiesto che le proposte formulate dai comuni siano a loro indirizzate per poi essere trasmesse, dopo una verifica di coerenza con la programmazione e la legislazione regionale”, alla Cabina di regia. Ancora una volta il confronto Stato-regioni si esaurisce in una contrattazione simile ad una vertenza sindacale il cui fine è stabilire il perimetro che delimita il posizionamento dei diversi ruoli (la mediazione “di alto profilo” che sarà proposta, a quanto si dice, in sede ministeriale prospetta l’attribuzione, all’interno della Cabina di regia, di 5,5 punti ai due rappresentanti regionali per bilanciare gli undici voti dei rappresentanti degli altri membri dell’organismo decisore).

In conclusione – ma ci sarà modo di tornare sull’argomento – invitiamo a lettura dei commi 2 e 3 dell’articolo 12 del decreto legge, riguardanti rispettivamente gli elementi che devono essere riportati nelle richieste dei comuni ed i criteri che la Cabina di regia deve adottare per selezionare le proposte. Sulla compilazione dei due elenchi una valutazione che si traduce in una domanda (senza attesa di risposta): è possibile che la complessità dei problemi che oggi investono le città si traduca in forme di tale sconcertante arretratezza culturale?
Postilla
Il nostro corrispondente ha una buona conoscenza degli ambienti nei quali è stata elaborata la proposta governativa. Le sua critica investe ulteriori aspetti della questione rispetto a quelli che abbiamo affrontato nell’eddytoriale 153. Conferma un connotato sconcertante della compagine governativa: la sua assoluta incapacità “tecnica”, non sanno progettare bene neppure la macchine volte al male che si propongono di avviare per realizzare la “crescita”. Ecco, su questo punto abbiamo un’idea diversa da quella espressa da Buccino: crediamo di conoscere checosa intenda questo Governo per ”crescita”: solo l’aumento del “prodotto interno lordo”, il PIL. Che cosa questo sia lo ha descritto con grande precisione Bob Kennedy. Per conto nostro sappiamo che il concetto di sliluppo e di crescita che il goveno “tecnico” mette nel conto comprende l’incremento del valore della rendita immobiliare. Ogni metro di aumento della “abominevole crosta di cemento e asfalto”, ogni volume edilizio costruito (quale che sia la sua utilità) aumenta il Pil: perciò ben venga, quale che sia il contributo che esso dia ai reali problemi della città e dei suoi abitanti
Vogliamo solo accennare a un’ altra iniziativa del governo Monti nella quale si rivela la pochezza culturale e “tecnica” della compagine montiana: ci riferiamo a quella forma draconiana di abolizione delle province che è stata decisa: come se il complesso disegno istituzionale (la forma italiana della moltiscalarità deil governo) non fosse un organismo complesso che l’uso della scimitarra distrugge ma non riforma; e come se non esistessero problemi essenziali del funzionamento del territorio urbanizzato che gli altri livelli di governo sono incapaci di risolvere. L’amarezza per i danni provocati dall’assoluta inadeguatezza del governo ad affrontare i problemi reali cresce se si considera che all’abolizione delle province sembrano opporsi solo quanti vedono minacciati i piccoli feudi che l’arcipelago dei partiti, vecchi e nuovi, che ha rovinato l’Italia negli ultimi decenni.









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De Felice, Giuliano
( 05.11.2012 21:39 )
Bevilacqua, Piero
( 30.10.2012 04:04 )
Bottini, Fabrizio
( 29.10.2012 15:25 )
Guagenti, Elisa
( 28.10.2012 19:48 )
De Marco, Roberto
( 26.10.2012 16:16 )
Losavio, Giovanni
( 25.10.2012 12:49 )
Bevilacqua, Piero
( 23.10.2012 09:40 )
De Lucia, Vezio
( 21.10.2012 19:12 )
Baldeschi, Paolo
( 12.10.2012 16:09 )
Salzano, Edoardo
( 03.10.2012 19:18 )
Bottini, Fabrizio
( 03.10.2012 06:44 )
Meneghetti, Lodo
( 03.10.2012 05:43 )
di Gennaro, Antonio
( 30.09.2012 16:43 )
Guermandi, Maria Pia
( 30.09.2012 00:00 )
( 27.09.2012 06:36 )
Bevilacqua, Piero
( 25.09.2012 09:24 )
Bevilacqua, Piero
( 04.09.2012 13:03 )
Pascolo, Sergio
( 29.08.2012 19:16 )
Belloni, Donato
( 21.08.2012 14:01 )
( 12.08.2012 07:49 )

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