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Un libro: La Città Conquistatrice


Eddyburg Segnalazioni

Fabrizio Bottini, La Città Conquistatrice, Corte del Fontego

Fabrizio Bottini, La Città Conquistatrice - Un secolo di idee per l'urbanizzazione, Venezia, Corte del Fontego, 2012, 352 pp. 20€

All’inizio del terzo millennio della nostra era la razza umana ha compiuto uno straordinario balzo in avanti. Non si tratta della conquista dello spazio siderale, o della scoperta di una fonte di energia eterna e sostenibile, ma del superamento di una soglia critica: oltre la metà della popolazione del pianeta è fatta da abitanti delle città. Una percentuale che aumenta giorno dopo giorno, e che nell’arco di qualche generazione potrebbe avvicinarsi al totale dell’umanità. Detto in altre parole, sembrerebbe che il nostro habitat naturale, invece che fatto di boschi, prati, campi e corsi d’acqua, si componga di strade, edifici, svincoli e passaggi a livello. Per non parlare dei milioni di poveri che nelle grandi metropoli del sud del mondo si ammassano in quartieri fatti di baracche, privi dei più elementari servizi.
Una umanità urbana: è un incubo? Certamente no. Anzi può diventare prima un bel sogno, e poi una realtà.

Il fatto che le due parole città e civiltà abbiano la stessa radice va molto oltre la pura osservazione del filologo. La città nasce da idee umane straordinarie, e nei secoli ne produce di ancor più straordinarie, non solo evolvendosi da piccolo gruppo di capanne a sistema complesso, ma facendo evolvere la nuova razza dei cittadini. La città moderna, quella che ha caratterizzato il XIX e XX secolo, ha fatto anche qualcosa in più: è diventata una vera e propria macchina per produrre ricchezza e innovazione, attraverso le industrie, i suoi centri di studi arte e cultura, le nuove relazioni sociali stimolate dalle attività e dalla prossimità fisica.

Fra le idee più straordinarie prodotte dalla città ci sono quelle per trasformare la città stessa, rendendola un posto migliore per abitare e migliorandone il rapporto col mondo circostante. È proprio a quel ricchissimo serbatoio di idee che oggi possiamo attingere, per provare a trasformare l’incubo dell’urbanizzazione globale in un bellissimo sogno.

Il libro La città conquistatrice ha appunto come sottotitolo Un secolo di idee per l’urbanizzazione, e con l’aiuto di alcuni testi quasi sconosciuti (specie al pubblico italiano) ripercorre un lungo cammino. Partendo da una considerazione: già gli antichi, come ci ricorda la Bibbia, erano ben consapevoli della potenza della città, della sua capacità di soggiogare la natura, e il buon senso, insieme agli studi di pochi intellettuali illuminati, cercava di guidare spesso con successo lo sviluppo urbano. Nell’epoca della macchina però si scatenano energie apparentemente infinite, che in un primo tempo travolgono qualunque ipotesi di equilibrio e contenimento della crescita. Un ottimo simbolo di questa idea audace, del pianeta pronto da rimodellare a misura del mercato e delle possibilità tecnologiche, è il piano regolatore di Manhattan del 1811.

A una prima occhiata sembrerebbe uno schema banale, quello delle strade tutte uguali, che si inerpicano verso nord all’infinito, tagliate ad angolo retto dalla serie di strade minori parallele, che scorrono tra i due corsi d’acqua ai lati della penisola. Invece è un’idea straordinaria nella sua brutalità: c’è una cellula elementare (l’isolato) di dimensioni ottimali per gli investimenti nelle trasformazioni edilizie, che si può riprodurre all’infinito in ogni direzione, come se si trattasse di un organismo vivo. La città che fabbrica sé stessa.

Ma le città ideali, anche quando gli ideali che le animano sono quelli della tecnica e del capitalismo, si devono sempre scontrare con la dura realtà. Solo da quello scontro emerge poi la città vera. Una realtà fatta di natura ostile e difficoltà economiche, ma anche di storia, sensibilità sociale e artistica. Per esempio in Europa le arterie rettilinee coi loro isolati regolari si devono fermare davanti ai monumenti antichi, o a volte davanti alle barricate degli abitanti. Oppure devono adattarsi al gusto dei percorsi tortuosi che imitano i viottoli di campagna, anzi fondersi direttamente con la campagna, integrare i campi con le officine: è l’idea della città giardino cara al pensiero riformista di fine Ottocento. Che oltre ad alcune riforme sociali ci lascerà in eredità anche la famosa idea del paradiso immerso nel verde a pochi minuti dall’ufficio e da tutti i servizi.

Le idee sul futuro della città sono elaborate da molti soggetti diversi, e anche questo è un tema molto interessante se esaminato con attenzione. Siamo abituati a delegare spesso l’opinione qualificata agli architetti, magari nella forma ispirata e di moda dell’archistar internazionale. Ma non è sempre stato così. Da sempre chi abita la città riflette sui suoi disagi e sulle sue potenzialità inespresse: può trattarsi del capitalista in cerca di un buon investimento, o dell’utopista tecnologico, sociale, politico, dell’ingegnere, dell’architetto, magari anche del semplice cittadino, anche del giovane cittadino. Uno dei testi proposti nell’Antologia è tratto da un libro di lettura per gli studenti delle scuole medie di Chicago, dove insieme a una specie di corso di educazione civica si toccano argomenti di storia e tecnica urbanistica, economia del territorio, in forma semplificata ma affatto banale, con tanto di esercizi alla fine di ciascun capitolo. L’obiettivo? Provvedere ai bisogni della città futura educando adeguatamente i cittadini del futuro.

Si accumulano nel tempo, le idee per la città, fino ad una svolta storica, prevista da alcuni negli anni precedenti, ma che avviene di fatto poco dopo la metà del ‘900: sembra che la città non abbia più un futuro. La profezia, formulata da un interessatissimo Henry Ford già all’inizio del secolo, esplorata da alcuni architetti, è il progressivo dissolversi degli insediamenti su enormi dimensioni, grazie ai trasporti individuali e alle telecomunicazioni. Quanto avvenuto nei decenni successivi in fondo lo conosciamo: forse è migliorata la nostra vita materiale, almeno nei paesi più ricchi, ma l’utopia della città (o della non-città) è scivolata progressivamente nel timore della sua insostenibilità, nella crisi energetica, ambientale, del riscaldamento globale. Per questo, forse, per riflettere sul futuro, può essere utile riguardare al passato, alle idee e alle utopie che hanno costruito nell’arco di oltre un secolo il percorso della Città Conquistatrice.



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