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Il capannone postmoderno è virtuale
Data di pubblicazione: 13.12.2011

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È solo ideologia dello sviluppo in malafede, quella che sostiene l’ineluttabilità di certi consumi di aria, acqua, suolo. Lo dice implicitamente un recente studio americano

La critica, a volte anche giustificata, a certe idee di sviluppo sostenibile locale, è quella di essere passatiste, reazionarie, e pure un po’ stupidotte. Stupidotte perché negano l’evidenza: ve ne state lì nel vostro paesello a vantarvi di non consumare suolo agricolo per case e capannoni, ma poi da lì prima o poi dovete e volete uscire, magari anche in macchina, a consumare quello altrui: quando entrate nei capannoni a lavorare, a fare shopping, a divertirvi ecc. Il che, pur detto spessissimo in malafede, è abbastanza difficile da negare, visto che “agire globalmente” non è proprio cosa alla portata della casalinga o dello studente comune. Chissà se, messi concretamente di fronte al modello di vita in spartano stile Transition Town coerente con questi presupposti, gli elettori oggi favorevoli a certe politiche non cambierebbero completamente idea. La debolezza implicita delle petizioni di principio, si sa.

Se lo chiedono da tempo ad esempio gli operatori delle trasformazioni edilizie e urbanistiche su larga scala, ovviamente legate a filo doppio sia agli stili di vita che al modello di sviluppo che li affianca. O almeno alcuni di questi operatori, quelli che cercano nuovi percorsi di mercato coerenti con gli orizzonti delineati dalla scienza, quelli sì e per forza identici ai presupposti di Transition Town: il riscaldamento globale, l’esaurimento delle scorte petrolifere, non sono una profezia di Nostradamus, e anche se dovesse arrivare la bacchetta magica di qualche rivoluzionaria scoperta tecnologica, di sicuro dovremo rivedere la nostra vita, o meglio riorganizzarla completamente. Gli spazi delle attività economiche, ad esempio. Ovvero proprio quelli verso cui si dirigono ogni giorno, incoerenti e peccaminosi, gli abitanti dei comuni a crescita zero.

Una risposta interessante ci arriva in questi giorni dalla California. Lo stesso posto in cui un secolo fa scoccava la scintilla del modello di sviluppo socioeconomico territoriale a base automobilistica, con l’edilizia da un lato, le autostrade pubbliche dall’altro, e sul versante produttivo l’agricoltura industrializzata e le imprese più innovative, come quelle informatiche. Ancora oggi quel modello sembra trionfare vistosamente con l’eredità urbanistica di Steve Jobs via Norman Foster: la nuova sede centrale della Apple a Cupertino, office park suburbano del tutto autonomo, astronave atterrata in un bosco raggiungibile solo in auto, dove tutti i quadri dirigenti della multinazionale convergono ogni mattina dalle villette sparse, a raccogliersi attorno alla direzione di impresa. Pare un film anni ’50, e probabilmente lo è, ma pone un problema: se lo fanno loro, a maggior ragione non c’è via d’uscita? L’unico modo per sopravvivere è segare il ramo su cui stiamo seduti (perché questo, ci dicono, stiamo facendo)? Ecco, dalla California uno studio Urban Land Institute ci risponde forse no.

Firmato dall’urbanista Arthur Nelson per conto di quella che tutto sommato è una associazione di costruttori edilizi, il rapporto The New California Dream vuole in tutto e per tutto inserirsi nel mercato, ma farlo individuando una nuova potenziale domanda da parte delle famiglie e delle imprese più innovative, ovvero quelle che hanno colto davvero le prospettive indicate dalle leggi statali. Quelle leggi che, prendendo piuttosto sul serio i temi energetici e climatici, stanno iniziando a definire il modello di sviluppo caratteristico della prossima generazione. Gli spazi produttivi per esempio: conti alla mano, le destinazioni d’uso già deliberate a livello delle principali aree metropolitane (che pesano per l’80% e oltre del totale), insieme agli ambiti già materialmente occupati da manufatti e servizi industriai, commerciali ecc. SONO ABBONDANTEMENTE SUFFICIENTI A COPRIRE LA DOMANDA PER MEZZO SECOLO.

Non si tratta, è il caso di ricordarlo, delle proiezioni di un’associazione ambientalista, o di un accademico interessato soprattutto a pubblicare e farsi notare, ma di uno studio che mette al centro gli interessi dei costruttori, e dice quanto ci sia da lavorare, per un paio di generazioni, esclusivamente per il cosiddetto retrofit edilizio, ambientale, urbanistico delle zone industriali in senso lato. Ovvero inserendo sia l’adeguamento dei fabbricati in quanto tali, sia la ricostruzione e cambio di destinazione, sia infine i grandi interventi integrati e compartecipati, dal parco scientifico su area dismessa alla riconversione multifunzionale interi di settori urbani. Come si intuisce, sta proprio qui la chiave per il contenimento del consumo di suolo: nel recepire e indicare un modello progressivo e progressista, in cui alla quantità si sostituisce la qualità.

Con osservazioni apparentemente banali ma che non lo sono affatto se osservate in termini strategici, come la miniaturizzazione di tante apparecchiature, o la pura riduzione dei volumi corrispondenti a ciascun posto di lavoro grazie all’innovazione tecnologica, per non parlare di altre varie forme di innovazione organizzativa, come il telelavoro che trasforma spazi fissi in zone a rotazione. C’era qualcosa di intuitivamente profetico, nelle immagini patinate della creative class sempre intenta a digitare su portatili dai tavolini di un bar vista mare. Mancava però del tutto il contesto in cui quel piccolo gruppo elitario potesse fare filiera, ovvero un territorio socialmente sostenibile abitato anche da impiegati, studenti, immigrati, e abitato a basso impatto ambientale senza che questo significasse sottosviluppo. L’immagine dello zero consumo di suolo dell’Urban Land Institute, accoppiata alla montagna di lavoro per la trasformazione dell’esistente, pare davvero una quadratura del cerchio.

Però si dimentica apparentemente un aspetto, quello della pura speculazione che sta a sostenere ormai tutti i modelli divoratori di territorio a vanvera. Lo stesso che con la scusa dei posti di lavoro fa spuntare in tutta la pianura padana (e in tante altre parti del mondo) selve di capannoni qui, mentre se ne svuotano in contemporanea altri già esistenti a pochi chilometri di distanza. E il medesimo discorso si potrebbe fare per gli insediamenti commerciali e assimilati. La creazione di posti di lavoro non ha nulla a che vedere con l’occupazione di nuovo spazio. Almeno su quello, si dovrebbe essere d’accordo, invece purtroppo, complice una politica confusa e conformista, si finisce per subire ricatti squallidi e di corto respiro. Corto respiro sempre nostro, ahimè. Qualcuno ci aiuta a tirare il fiato?

(sul rapporto ULI, ho fatto altre considerazioni a proposito della parte residenziale, nonché allegato l’originale; leggibile in Mall)









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Pappaianni, Claudio
( 04.11.2012 16:18 )
Meletti, Giorgio
( 03.11.2012 15:10 )
Lania, Carlo
( 02.11.2012 22:00 )
Erbani, Francesco
( 01.11.2012 16:22 )
Petrini, Roberto
( 30.10.2012 05:31 )
Bevilacqua, Piero
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( 29.10.2012 13:55 )
Di Vico, Dario
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Settis, Salvatore
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Losavio, Giovanni
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Vitucci, Alberto
( 25.10.2012 08:17 )
Carra, Ilaria
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Vitucci, Alberto
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Erbani, Francesco
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Emiliani, Vittorio
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( 22.10.2012 17:36 )
Tantucci, Enrico
( 21.10.2012 15:30 )

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