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Colosseo, la rivolta dei restauratori. “No ai muratori, servono mani esperte".
Data di pubblicazione: 01.12.2011

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Si moltiplicano i dubbi sull’operazione restauro al Colosseo. E si penalizzano le competenze proprio sul nostro monumento icona. La Repubblica, 1° dicembre 2011 (m.p.g.)

Caro ministro Ornaghi, per il Colosseo fermiamo tutto. E’ questa la richiesta avanzata dall'Ari, l'associazione dei restauratori italiani che sui lavori per rimettere in sesto l'Anfiteatro Flavio ha sempre sollevato critiche. Ma ora che il progetto finanziato con 25 milioni da Diego Della Valle sta per prendere l'avvio, l'organismo che raduna le principali imprese di restauro ritorna alla carica con una lettera aperta al nuovo titolare dei Beni culturali: fermiamo l'appalto, scrive l'Ari, «al fine di evitare danni irreparabili al monumento più celebre d'Italia e conseguentemente all'immagine del nostro paese». Parole dure, che segnalano uno dei punti più critici della tutela in Italia: la progressiva marginalizzazione di una categoria, quella dei restauratori, per la quale in Italia si è spesso menato vanto, ma che versa in uno stato di gravissima sofferenza. Solo ora il prestigioso Istituto superiore per la conservazione e il restauro, fondato da Cesare Brandi nel 1938, ha ripreso i suoi corsi di formazione, rimasti fermi per quattro anni. I fondi a disposizione per restauri sono pochissimi e, denunciano all'Ari, sono spesso distribuiti senza rispettare criteri di qualità.

Il Colosseo, secondo l'associazione dei restauratori, è un caso emblematico. Stando al bando per la gara d'appalto emesso dal Commissario all'area archeologica romana, Roberto Cecchi (da due giorni sottosegretario ai Beni culturali), risulterebbe «che il restauro dei monumenti archeologici non deve essere più di competenza delle imprese di restauro specialistico». Bensì di imprese edili «chiamate a eseguire lavori che per più del 50 per cento sono di pertinenza specialistica». Prevalentemente a loro, secondo l'Ari, sarebbe stato indirizzato il bando. Muratori dunque al posto di restauratori. A meno che le stesse imprese edili non assumano a loro volta restauratori, che però non avrebbero, dicono all'Ari, l'esperienza e le competenze delle aziende che da anni svolgono lavori apprezzati in Italia e nel mondo. Nel febbraio scorso l'Ari denunciò che dei 7 milioni sui 25 totali messi a disposizione da Diego Della Valle, solo un milione avrebbe coperto lavori di restauro delle parti decorate. Dalla successiva documentazione la quota dovrebbe salire a oltre 4 milioni. Ma questa mole di lavori—la pulitura delle incrostazioni con acqua demineralizzata, l'eliminazione della vegetazione, gli impacchi per togliere il calcare dai marmi — verrebbe svolta da imprese edili.

Il restauro del Colosseo «nasce sotto gli auspici peggiori», insiste l'Ari. «Basti pensare che in questi stessi giorni, il Ministero dei Lavori Pubblici ha appaltato il restauro del Palazzo che ospita il Ministero della Giustizia in Via Arenula costruito nel XIX secolo, a imprese di restauro specialistico. Perché mai l'Anfiteatro Flavio costruito nel I secolo dopo Cristo dovrebbe essere restaurato da imprese edili e ricevere quindi cure meno raffinate?»

Un altro aspetto viene sollevato dall'Ari nella lettera a Ornaghi: il restringimento dei tempi per la presentazione dei progetti. Alle imprese che hanno superato una prima fase di selezione il commissario ha chiesto con una lettera inviata il 21 novembre di presentare progetti esecutivi entro 30 giorni invece dei soliti 60. La legge prevede che in casi particolari i tempi possano essere dimezzati. Ma la giustificazione addotta non convince né l'Ari né alcune delle imprese già selezionate: vi sarebbe assoluta urgenza di cominciare i lavori per evitare interferenze, si legge nella lettera inviata dal Commissario, con il cantiere della linea C della metropolitana. «Questa ci appare una forzatura procedurale», scrivono i restauratori dell'Ari. «Gli uffici del commissario non possono impiegare quattro mesi e mezzo a esaminare la documentazione che noi abbiamo inviato per essere ammessi alla gara», dice uno dei restauratori che ha superato la prima selezione, «e poi inviarci un documento di 486 pagine più 80 tavole da studiare ed eventualmente da migliorare e imporci di presentare un progetto esecutivo in 30 giorni. E tutto questo per un lavoro di restauro che è previsto debba durare più di tre anni: 1.155 giorni è scritto con pignoleria nella lettera. Perché tanta fretta che penalizza soprattutto le piccole aziende di restauratori?».









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Pappaianni, Claudio
( 04.11.2012 16:18 )
Meletti, Giorgio
( 03.11.2012 15:10 )
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Erbani, Francesco
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( 21.10.2012 15:30 )

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