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Il bancomat di stato paga ma il ponte non si farà
Data di pubblicazione: 28.09.2011

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Storia di una truffa. Per il Wwf l’incompiuta costa mezzo punto di Pil: ma come al solito paga il contribuente.Il Fatto Quotidiano, 28 settembre 2011

La crisi del debito non ha insegnato nulla: in Italia si continua a tagliare tutto, eccetto che gli sprechi sulle infrastrutture. Un sollievo per i (pochi) sostenitori del Ponte sullo Stretto di Messina, la “grande opera” che, in più di quarant'anni (33 governi e 12 legislature), ha già dilapidato circa 400 milioni di euro di fondi pubblici. “Per la costruzione del ponte dello Stretto mancano ancora delle risorse economiche, ma noi le recupereremo”, è la promessa che ieri ha fatto a Messina l’amministratore delegato della società responsabile del progetto, la Stretto di Messina, Pietro Ciucci (che è anche numero uno dell’Anas). Come? Se lo Stato non paga, lo faranno gli imprenditori, con la solita formula del project financing (in cui, alla fine, paga poi sempre lo Stato): “Dovremo recuperare il 60 per cento dei fondi dell’opera da privati, ma siamo sicuri di riuscirci”.

Per i giudici della Corte dei Conti, solo tra il 1986 e il 2008, il ponte sarebbe costato agli italiani 200 milioni di euro. Un importo che potrebbe raddoppiare tra assunzioni, pubblicità, formazione e “strutture compensative”, oltre alle infinite consulenze (21,3 milioni tra il 2001 e il 2007). Senza considerare il denaro speso prima della nascita della società Stretto di Messina (Sdm), la concessionaria del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti fondata nel 1981 e tenuta in vita dall’ex ministro Antonio Di Pietro, nonostante il ponte non rientrasse nel programma dell’Unione di Prodi. Una scelta a lungo contestata, che nel 2008 ha permesso a Berlusconi il rilancio del progetto e, due anni dopo, la propagandistica “posa della prima pietra” a Cannitello, lungo la costa calabra dello Stretto.

Anche se l’opera quasi certamente non si farà mai (manca perfino il progetto esecutivo), il bancomat di Stato continua a erogare denaro. “Migliaia di euro saranno spese per le operazioni di esproprio dei terreni interessati dai cantieri, anche se non si conoscono con precisione costi e tempi”, dice al Fatto la deputata radicale Elisabetta Zamparutti, prima firmataria di un’interrogazione parlamentare che chiede di fermare gli espropri, annunciati negli scorsi giorni dalla Sdm. L'ultima parola spetterà al Comitato interministeriale per la programmazione economica, il Cipe, che a dicembre dovrà sancire se il ponte rientra tra le infrastrutture di “pubblica utilità”, in seguito alla richiesta di Eurolink, l’associazione di imprese (con Impregilo capofila) che nell’ottobre del 2005 vinse l’appalto per costruire l’opera. Ma intanto accelerano gli espropri, anche se i soldi per l’opera proprio non ci sono. Lo ha certificato anche il VI rapporto sullo stato di attuazione delle Legge Obiettivo: al momento sono disponibili solo 2,5 miliardi di euro sui 7,2 necessari .

Sul progetto, però, sia il governo che la Stretto di Messina non intendono tornare indietro. “Il ponte è già in fase di realizzazione: abbiamo firmato contratti con chi ha il compito di procedere alla sua costruzione”, ha ricordato Pietro Ciucci, annunciando l’inizio dei lavori entro 12 mesi e l’apertura al traffico nel 2019.

Intanto alle mille schede di esproprio pubblicate e ai relativi rimborsi, si sono aggiunti i 500 mila euro stanziati dalla Regione Calabria per finanziare un bando sui corsi di formazione professionale delle maestranze attraverso la società CalabriaLavoro. Anche le Università di Messina e Reggio Calabria si sono lanciate nella “grande opera”, attivando tirocini formativi per laureandi che si concluderanno a novembre. Una frenetica accelerazione difficile da spiegare, alla luce del dissesto delle finanze pubbliche e alla difficoltà di trovare investimenti privati stranieri. “L’interesse del fondo sovrano cinese China Investment Group si è subito affievolito, a causa dei costi eccessivi”, sostiene l’onorevole Zamparutti, smorzando gli entusiasmi seguiti all’incontro tra il gestore cinese Low Jiwel e i ministri Altero Matteoli e Giulio Tremonti, per discutere su un’eventuale partecipazione al project financing dei privati, attraverso il quale si vorrebbero coprire le spese.

Ad affossare l'opera è stata però la Commissione Europea, quando lo scorso luglio ha bocciato l’intervento, cambiando la geografia delle grandi infrastrutture. Nella proposta di bilancio “Europa 2020”, inviata dalla Commissione all’Europarlamento, vengono infatti ridefiniti i “Ten”, ovvero i grandi corridoi europei. La priorità non va più all’asse precedente Berlino-Palermo, ma al network Helsinki-La Valletta: dalla Finlandia si scenderebbe così a Bari, per poi proseguire fino a Malta lungo “un’autostrada del mare”. Un percorso che renderebbe inutile la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.

Continuano anche le proteste. I comitati “No Ponte” da anni spingono per trasferire i fondi agli interventi contro il dissesto idrogeologico dell’area, oltre a denunciare il rischio di infiltrazioni della malavita. Gli enti locali del messinese minacciano di non firmare l’accordo di programma con la Sdm senza finanziamenti alle opere “compensative”, cioè senza altri soldi pubblici sul territorio.

Il Wwf ha fatto due conti, ieri, su quanto costa nel complesso al Paese l’illusione di collegare Reggio Calabria e Messina: “Non ci possiamo permettere di destinare a una singola opera, insostenibile dal punto di vista economico-finanziario e ambientale, risorse pari ad oltre mezzo punto di Pil”. Cioè, appunto, oltre 7 miliardi. In crescita, nota il Wwf: “Non è in alcun modo giustificato un aumento dei costi in un anno di oltre il 34% chiesto dalla concessionaria pubblica Stretto di Messina S.p.A. al momento dell’approvazione del nuovo Piano economico-finanziario”. Ma anche se l’opera fosse cancellata, non si fermerebbero comunque gli sprechi. In caso di recesso, una penale riconosce ai costruttori dell’Eurolink una somma corrispondente al 10 per cento sui 4/5 del valore contrattuale: altri 400 milioni di euro versati dai contribuenti italiani.


Box: Svimez 2011, la crisi ha affossato il Sud Italia

La crisi economica ha aggravato la situazione già precaria del Sud del Paese: è quanto emerso dal rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno presentato a Roma. Un’area in forte recessione che non riesce a crescere con gli stessi ritmi del Centro-Nord: il Pil è infatti aumentato solo dello 0,2 per cento, distante un punto e mezzo rispetto alle stime relative al resto del Paese (+1,7%). Nella classifica delle regioni più ricche, al Sud riescono a difendersi Abruzzo, Molise e Sardegna, mentre è la Campania a registrare l’indice più basso. Altra situazione grave è quella relativa al mercato del lavoro, dove pesa l’elevata presenza degli irregolari. Ufficialmente al Sud lavora meno di un giovane su tre (31,7 per cento, 25 punti sotto la media nazionale), con un tasso di disoccupazione reale al 25 per cento. Un’assenza di prospettive di lavoro che si traduce facilmente nella “fuga” dei cervelli verso l’estero e il Nord d’Italia. Il rapporto denuncia così il rischio “tsunami demografico”: nel 2050 gli over 75 potrebbero aumentare di 10 punti percentuali, trasformando il Sud in un’area anziana ed economicamente dipendente dal resto del paese. Un nuovo progetto per il Sud è secondo lo Svimez l’unica strada per invertire la tendenza: il rapporto invita così a puntare sui settori più innovativi, come la geotermia e le rinnovabili. Altro che ponte sullo Stretto di Messina. (al.so.)









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