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La traversata del deserto


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Carta non è più in edicola senza fondi per l’editoria. Proseguirà con il rilancio della versione online, alla quale eddyburg continuerà a collaborare

«Il numero di Carta del 22 Ottobre è l’ultimo ad andare in edicola. Almeno per ora. Non avremmo voluto dirvelo così né dirvelo adesso. Perché non avrebbe dovuto essere così, tantomeno ora. Come abbiamo scritto la scorsa settimana, però, nella traversata del deserto che abbiamo iniziato, non tutto dipende dall’ottimismo della nostra volontà.

Abbiamo resistito finora, faticosamente e grazie al vostro incoraggiamento, perché speravamo che nella Legge di stabilità, quella che una volta con meno ipocrisia si chiamava Finanziaria, potessero rientrare dalla porta i finanziamenti all’editoria che Giulio «Mani di forbice» Tremonti ha fatto uscire dalla finestra. I fondi non ci sono, anzi, quelli che ci sono, sono drammaticamente inadeguati. Una beffa, oltre che un danno immediato e concreto. I fondi che il governo ha deciso di lasciare all’editoria, peraltro, non sono legati al diritto soggettivo che – come ormai sapete perché lo abbiamo scritto tante volte – consentirebbe di scontare in banca l’anticipo sui fondi e dunque avere la liquidità necessaria a rimettere in moto la nostra cooperativa, che ha già fatto e continua a fare grossi sacrifici, come aspettare lo stipendio da marzo.

«Sappiamo che tanto il diritto quanto i fondi potrebbero tornare in ballo nel famigerato «decreto milleproroghe» che il governo manderà alle camere in dicembre. Doveva essere così anche l’anno scorso, e non è stato. Non possiamo aspettare dicembre, non abbiamo più soldi nemmeno per stampare. Per cui abbiamo deciso di fare un gesto che, per noi, è drammatico: ritirarci dalle edicole. È una decisione imposta ed è drammatica perché per noi l’edicola è sempre stata un modo per segnalare, concretamente, la nostra sfida al mercato editoriale, distorto e concentrato quant’altri mai.

«Ci ritiriamo dalle edicole, ma gli abbonati continueranno a ricevere un settimanale almeno fino alla fine dell’anno. Vogliamo farlo per lealtà nei loro confronti, anche se il settimanale non sarà il Carta che avete conosciuto finora, e dobbiamo farlo per rientrare nei parametri della legge sui finanziamenti all’editoria e puntare a prendere anche il credito che abbiamo maturato nel corso del 2010. Sarebbe irresponsabile se non lo facessimo, nonostante gli ulteriori sacrifici che ciò comporterà. Messo al sicuro il credito del 2010, quel che accadrà nel 2011 è tutto da vedere. Al meglio, cade il governo e una nuova maggioranza ripristina il diritto soggettivo, cioè ci restituisce l’ossigeno per un minimo di programmazione aziendale e la lucidità per immaginare un progetto editoriale adeguato al nuovo contesto sociale, politico e tecnologico. Al peggio, la traversata del deserto durerà per un anno, fino a quando, a fine 2011, sapremo quanti soldi dobbiamo incassare dal 2010. E saremo in grado di articolare un nuovo progetto.

«Non staremo fermi, in questa traversata. Per due motivi: abbiamo intenzione di ricostruire uno spazio di comunicazione e politico a partire dal web. Siamo consapevoli che il web, in Italia, e specialmente per l’informazione indipendente, è molto indietro rispetto agli exploit statunitensi e agli investimenti che alcuni grandi gruppi stanno facendo. Tuttavia, ci sembra essenziale continuare a tenere vivo un esempio di comunicazione non allineata al mercato e provare anzi a lanciare nuove sfide, all’altezza dei tempi e della fame di una narrazione diversa da quella dominante, sia per i temi sia per le forme, sganciate dal modello di informazione ereditato dall’epoca precedente.
Questa fame per noi è tangibile. Lo si è visto anche a piazza San Giovanni, il 16 ottobre, quando il nostro stand è stato affollato per molte ore dalle domande dei lettori e dagli “in bocca al lupo”. Lo si è visto nell’assemblea alla Sapienza, il giorno dopo, quando ci siamo resi conto che il “disgelo” tra movimenti e organizzazioni sociali di cui abbiamo parlato quasi un mese fa sta effettivamente procedendo. Questo cammino ci porterà fino a Genova nel luglio del 2011, dieci anni dopo le giornate in cui questo giornale ha camminato pericolosamente insieme a centinaia di migliaia di persone. È il secondo motivo per cui non staremo fermi, in mezzo al deserto.

«C’è un’aria strana, in Italia, in queste ultime settimane. La politica istituzionale agonizza come poche volte nella storia recente del paese; la crisi sociale è diventata evidente anche a chi ha cercato in ogni modo di negarla o di imbavagliarne le espressioni. Eppure la ricomposizione di una qualche ipotesi di civiltà alternativa al berlusconismo in tutte le sue forme, anche quelle “di sinistra”, sembra ridursi, ancora una volta, a sommatorie di partiti, ragionamenti astratti di alleanze parlamentari, leader senza progetti e progetti senza leader. Questa è l’immagine che viene fuori, se si rimanesse al racconto del paese che fanno i media “mainstream”. C’è molto di più, in realtà, da raccontare e da far emergere. E invece i luoghi di comunicazione che hanno fatto di questo racconto la loro ragion d’essere diventano sempre meno sicuri della propria esistenza. Vale per noi, come per il manifesto, Liberazione e le decine di testate che saranno colpite duramente dai tagli del governo.

«La legge che aveva istituito il finanziamento pubblico per l’editoria nasceva da una considerazione alta: il pluralismo dell’informazione e delle idee è una cosa troppo seria per lasciarla al mercato. Il mercato, lo sappiamo bene, è ben lontano dall’essere il luogo idealizzato dagli economisti. Nella comunicazione, in Italia, oggi, è in corso una partita a scacchi il cui risultato sarà, nel giro di un paio d’anni o poco più – salvo novità eclatanti – riprorre l’oligopolio che esiste in tv anche nella carta stampata [e possibilmente perfino sul web, almeno per i grandi numeri]. Questo discorso non trova asilo né sulle pagine né nelle trasmissioni di chi si sente portatore unico del valore della libertà di espressione. È facile disegnare i confini e i rischi di questo oligopolio. Basta prendere, per esempio, gli editoriali della «grande» stampa il giorno dopo il referendum a Pomigliano d’Arco. Nessuno tra i giornali che «fanno» l’opinione pubblica ha scritto qualcosa a favore della Fiom e degli operai di Pomigliano. Le voci che li hanno difesi e hanno difeso il valore costituente di quella resistenza al ricatto della Fiat erano tutte altrove, in quella stampa che allo stato delle cose, rischia, nel giro di pochi mesi, di non essere più a disposizione di chi volesse sentire un’idea diversa.
Né bastano, secondo noi, gli sfoghi di poche trasmissioni televisive che cercano di fare uno sforzo di sincerità. La cornice del discorso non viene messa in discussione e a confrontarsi sono sempre le stesse facce, gli stessi nomi, le stesse idee. Da quasi vent’anni. Tutto quel che di nuovo accade in Italia, dalle mobilitazioni dei migranti alle reti di consumi a basso impatto ambientale, dalle lotte contro le grandi opere alle forme di autorganizzazione del lavoro e della vita, rimane al di sotto del radar dell’informazione bipartisan.

«Sarà vieppiù così, se, passata questa fase di arsura, non troveremo il modo di rilanciare un progetto di comunicazione capace di creare discorso e – cosa forse più difficile – di darsi la possibilità economica di esistere. C’è in questo un ritardo culturale in Italia. La stampa indipendente è percepita come utile fin quando la grande stampa non si preoccupa od occupa di un fenomeno. Facciamo i pesci pilota. Un ruolo per certi versi esaltante, specialmente quando ci si addentra in acque sconosciute. Ed è bello «mettersi a disposizione» di una storia, una lotta, un’esperienza che ha voglia di raccontarsi ma non trova luoghi dove farlo. È bello come giornalisti e come parte della società in movimento che, per noi, è il migliore futuro possibile per questo paese malandato. Non c’è, però, nella comunicazione, un investimento costante da parte delle società in movimento. Certamente dipende anche dagli errori che abbiamo fatto in passato, da una scarsa attenzione alle relazioni, dalla tendenza a essere, innanzi tutto con noi stessi, rassicuranti. Dipende anche, però, da una percezione diffusa: che, in qualche modo, la stampa indipendente continuerà a esserci – in altre forme magari – o che, data l’era digitale, non serva più avere dei “professionisti” del racconto.

«Non è così, purtroppo. Anche la possibilità di comunicare senza subire i ricatti degli inserzionisti pubblicitari, dei padroni o dei referenti politici è un diritto da difendere e riconquistare ogni giorno, ogni settimana. Perché l’esistenza non è garantita e la mancanza di quello spazio si sentirà quando sarà più necessario, individualmente e collettivamente. Dopo infinite discussioni, conteggi e riconteggi, proiezioni di costi e riunioni infinite, non ci resta che fare i pesci-pilota ancora una volta. Saremo i primi a uscire dalle edicole, a rendere visibile il silenzio, un vuoto che sarà riempito dall’ennesimo calendario con la bellona del momento, dall’ennesimo gadget che con l’informazione non c’entra nulla, dall’ennesima eccezionale collezione di minerali o santini.

«Abbiamo cercato e cercheremo ancora in futuro di creare un diverso tipo di giornalismo. Un “congiornalismo” che fosse immerso nei fenomeni di cui parla, rompendo la finzione della giusta distanza, necessaria a vedere, misurare, giudicare, guidare. Abbiamo cercato di farlo perché un giornalismo che ha abolito la distanza esiste già, in Italia, ed è quello embedded nei meccanismi del potere. Ne ha mutuato abitudini, stili, idiosincrasie, linguaggi, paure. È talmente vicino da confodersi con il potere su cui dovrebbe vigilare in nome e per conto dei cittadini. Confusamente, questa malattia degenerativa di gran parte dell’informazione italiana è percepita da tutti noi, cittadini, lettori e spettatori prima di essere altro. Lo si può vedere nel calo delle copie dei giornali, per esempio. O in quella sensazione di straniamento che si prova quando si legge, si ascolta o si vede un paese alieno a ciò che troviamo fuori dal portone di casa.

«Vogliamo ripartire da questo spaesamento, dalla percezione di un caos che sembra avere in sé i semi di un altro ordine. Come e quando ripartire cercheremo di capirlo assieme, tra noi e con voi tutti, appena sarà più chiaro cosa ci riserva il futuro. La certezza che abbiamo è che lettori, occasionali e affezionati, e abbonati, amici e compagni di strada, gli “in bocca al lupo” di piazza San Giovanni, sono il nostro “capitale” di relazioni, idee, spunti, critiche, suggerimenti, visioni del presente e del futuro. Spinti da un vento impetuoso, ci prepariamo al secondo passo nel deserto. Lasceremo tracce.

«Ora dunque è il momento di provare a raccogliere altre idee e proposte, come quelle che centinaia di amici e lettori che ci hanno scritto dall’estate in poi. Tra le più suggestive c’è quella di Ascanio Celestini: «… Allora sarebbe straordinario che invece di chiudere Carta la si potesse riciclare. Carta che diventa letteratura e cinema, musica e teatro, movimento e sindacato, ma anche trattoria e parco giochi, fontanella nell’isola pedonale e orto in una scuola elementare. Riciclare Carta e rifare l’impasto una volta a settimana invece di buttarla nel secchio». Interessante, no? Fateci sapere che ne pensate: carta@carta.orge segnate questa data sulle vostre agende: sabato mattina 27 novembre a Roma, incontro con la redazione».

Gianni Belloni, Marco Calabria, Gianluca Carmosino, Cinzia Cherubini, Sarah Di Nella, Enzo Mangini, 
Matteo Micalella, Rosa Mordenti, Giuliano Santoro, Gabriele Savona, Lorenzo Sansonetti, Antonella Tancredi

 


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