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Alle radici del declino
Data di pubblicazione: 06.03.2010

Una interpretazione della storia recente, alla ricerca delle sorgenti del fango nel quale affoghiamo. Il manifesto, 6 marzo 2010

Sull'Italia dilaga un fiume di fango, scrive Alberto Asor Rosa. Lo ripete Alberto Burgio. È appena uscito da Bollati Boringhieri il libro di Franco Cordero, Il brodo delle Undici - quello che veniva dato al condannato prima di impiccarlo - dove il più erudito e iracondo dei nostri giuristi dipinge, dopo un primo capitolo di malefatte passate, l'Italia di Berlusconi. Perché questa massa maleodorante dilaga ora? E a chi imputarla? Al solo Berlusconi? I suoi interessi, pensamenti e modi - fra i suoi difetti non c'è l'ipocrisia, se mai l'improntitudine - erano noti agli italiani che lo hanno votato tre volte, e ogni volta per tempi più lunghi. Erano stati assai più cauti verso Bettino Craxi, che di Berlusconi era l'amico e l'uomo contro il quale Enrico Berlinguer scagliò la questione morale.

C'è dunque un'inclinazione italica al corrompere e all'essere corrotto, dovuta ai secoli di servaggio sotto lo straniero o a prepotenti signorie nostrane, con il luminoso intervallo dell'età comunale? Ma anche in quello Dante pescò dei malversatori del suo inferno, e Petrarca sedeva mesto sull'Arno mirando le piaghe mortali dell'Italia sua. Per dire che sembra fatale l'appiccicarsi al potere di una dose di malcostume. Non c'è paese del resto dove gli scandali non avvengano, e siamo appena emersi - anzi siamo dentro ancora - da una tempesta mondiale di delitti finanziari, a quanto pare assai difficili da punire e da prevenire, e per somme così strabilianti che i cinquemila euro pubblici fatti erogare dall'ex sindaco di Bologna alla donna del suo cuore, per non dire i mille o duemila alle ospiti di Berlusconi, sembrano un caffè. E tuttavia non si può dire che la principale caratteristica degli Usa di Madoff sia la malversazione diffusa, accompagnata dal dileggio per la magistratura e mutamenti delle leggi per favorire il presidente. Invece da noi sì. Parlare dell'Italia significa parlare di questo, tanto che all'estero è diventato fair play non parlarne affatto. Siamo scomparsi dalla scena internazionale.

Com'è che siamo finiti così? Già avevamo inventato il fascismo appena conclusa l'unità nazionale, ma anche dopo il duro risveglio della guerra e una resistenza che volle ripulire il paese e si dette una delle migliori costituzioni europee non mancarono le porcherie. Per non parlare della mafia e della camorra, percepite come un male genetico, il malcostume privato/politico fu pressante sempre, da Lauro che comprava voti con pacchi di pasta, ad altri esempi che non potevano ridursi a malcostume locale.

Non lo furono certo i misfatti della Federconsorzi di Bonomi, le oscurità della Cassa del Mezzogiorno, lo scandalo Lockheed (giusto, chi sarà mai stato Antelope Cobbler?) per citare i primi che mi vengono in mente, e per tacere di Gladio e dei servizi perpetuamente deviati. Tutto questo stava sulle spalle della Democrazia cristiana, il partito fatto stato, ma - disse Aldo Moro in parlamento senza che volassero gli scranni - la Democrazia cristiana non si processa. E infatti non seppero leggere il suo memoriale non solo le Brigate Rosse, travolte dal suo sequestro e uccisione, ma neanche le due Camere delle Commissione di inchiesta. Distratte? Complici?

Non penso. In tempi più seri, Pci e il primo Psi invitavano a non confondere classe dominante e forchettoni, e a delineare diverse responsabilità e colpe dell'una e degli altri, facendo emergere alle Camere o nei consigli comunali, come nel caso di Roma, gli scandali e a far passare, a prescindere dai numeri di maggioranza e opposizione, le sole riforme che fece il paese. Non si identificò mai l'Italia e né la detestata Democrazia cristiana ai suoi, grossi, episodi di malcostume.

Nel corso degli anni '70 la scena politica cambiò. Il Pci perseguì inutilmente un accordo «storico» con la Dc, disarmando e dividendo l'opposizione formale, e disorientando le liste di sinistra. Con la morte di Moro la Dc, che non aveva cercato di salvarlo come lui chiedeva e avrebbe fatto se al suo posto per un altro, restava nel massimo della confusione, mentre a Berlinguer veniva meno il solo interlocutore che scopriva di avere forse avuto, rendendo del tutto vana la strategia che aveva perseguito. Di colpo nel '79 cambiava linea; ostacolato da un gruppo dirigente e dai quadri locali che andarono invece in cerca di «larghe intese» i cui soli risultati furono lo smisurato crescere dei costi del ceto politico e la fine di ogni opposizione parlamentare e popolare.

Così una maggioranza senza più un vero capo e una sinistra scombussolata andarono incontro senza vederla a una offensiva capitalistica su scala mondiale che innescava una inversione di tendenza, riorganizzando brutalmente la proprietà e l'organizzazione del lavoro. Nel 1984 il referendum sulla scala mobile vedeva, per la prima volta dal 1948, una disfatta dei lavoratori e, tre anni dopo, le elezioni del 1987 disegnavano l'incrinarsi degli equilibri della prima repubblica. Ancora due anni e su un Pci già in difficoltà cadeva la mannaia dell'89, cui Occhetto porgeva volonterosamente il collo; a Craxi e al governo Dc-Psi Tangentopoli dava il colpo di grazia.

A distanza di diversi anni, si vede che ben pochi dei pesci imputati da Mani pulite sono rimasti nelle reti della giustizia. Ma l'impatto politico, sommato ai processi di cui sopra, fu enorme perché la corruzione non cessò di allargarsi. Sul paesaggio dei partiti devastati dai reciproci tsunami, scendeva in campo Berlusconi, simbolo del profitto, dell'azienda pura, della competitività senza scrupoli che di colpo si presentò come il solo ancoraggio solido rispetto alle fanfaluche «ideologiche» tipo le classi, lo sfruttamento del lavoro, la negatività della speculazione finanziaria e immobiliare, il primato del bene comune, e di un'etica pubblica, eccetera.

Ancoraggio solido e di manica larga. Se il suo unico comandamento era produrre al prezzo più basso, cessare ogni mediazione sociale per far largo al capitale e agli azionisti, vendere ai ricchi e obbligare anche i più poveri a comprare quel che non potevano più produrre (che altro è l'Africa?), speculare a man salva sull'azzardo e l'inesistente, perché demonizzare qualche furbizia, qualche chiusura di un occhio, qualche mercanteggiamento della cosa pubblica? In fondo negli Usa la compravendita dei membri del Congresso e del Senato è legittimata dalle lobbies, con le quali sta trattando Obama, per far passare almeno un terzo del suo progetto di riforma sanitaria.

Da noi la lobby più potente è una maggioranza blindata con il voto di fiducia, dal quale nessuno può sciogliersi senza perire. Le istituzioni perdono ogni natura neutra se mai l'avevano avuta, e a ogni buono conto si privatizzano funzioni o beni già pubblici. Se la legge vi si oppone, si cambia la legge. Il parlamento si potrebbe anche chiudere, come Berlusconi non ha esitato a dire proponendo che vi siedano a votare solo i capi gruppo in proporzione degli elettori che rappresentano, e neanche questa volta le Camere si sono levate ululando. Il nostro uomo ha il livello culturale di Sarah Palin e la mancanza di scrupoli di Dick Cheney. Solo che meta degli americani ha votato contro i due, e un po' più di metà degli italiani si esprime per lui.

Negli anni fra i Settanta e gli Ottanta stanno le radici dell'attuale espandersi della malapianta. Contro la quale si erge senza tentennamenti soltanto un magistrato ambizioso per il quale la società tutta si spiega e divide fra onesti e corrotti. Dapprima aveva proposto questa filosofia agli industriali riuniti in Cernobbio, ora ha fortuna presso il popolo, più o meno viola, di una ex sinistra, dimissionaria o a pezzi. E poi c'è chi arzigogola sull'origine dell'antipolitica.









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( 04.11.2012 08:46 )
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