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20090416 La città, la comunità, gli spazi pubblici
Data di pubblicazione: 21.04.2009

Autore:

La lectio magistralis con cui si è inaugurata, il 16 aprile 2009, la seconda edizione del CittàTerritorio Festival di Ferrara . (m.p.g.)

Il tema

Il tema che mi è stato assegnato mi sembra particolarmente centrato. Per una ragione di fondo e per una ragione contingente.
La ragione di fondo. Il nesso tra i tre termini (città, comunità, spazi pubblici) esprime compiutamente l’essenza stessa della civiltà urbana: dalla nascita, anzi, dall’ invenzione della città, fino alle sue attuali difficoltà.
La ragione contingente. Le cause della crisi attuale della città (e della civiltà urbana) stanno proprio nella decadenza progressiva e concatenata di quei tre termini (città, comunità, spazi pubblici): una decadenza che comincia con la riduzione della comunità a mera aggregazione di individui, prosegue con l’erosione e il decadimento degli spazi pubblici, e non può concludersi – se non la contrastiamo - che con la morte della città.
La ricchezza, il senso, i problemi della civiltà urbana non sono del resto comprensibili se non si tiene stretta la triade urbs, civitas, polis: città come realtà fisica, città come società, città come governo.

GLI SPAZI POUBBLICI NELLA STORIA DELLA CITTà

La città nasce con gli spazi pubblici

Si può dire che la città nasce con gli spazi pubblici. Si può dire che l’uomo, nel suo sforzo di costruire il proprio luogo nell’ambiente, genera quella sua meravigliosa invenzione che è la città a un certo momento della sua vicenda: precisamente quando, dal modificarsi del rapporto tra uomo, lavoro e natura, nasce l’esigenza di organizzarsi (come urbs, come civitas e come polis) attorno a determinate funzioni e determinati luoghi che possano servire l’insieme della comunità.
È questa la ragione di fondo per cui nella città della tradizione europea sono sempre stati importanti gli spazi pubblici: i luoghi nei quali stare insieme, commerciare, celebrare insieme i riti religiosi, svolgere attività comuni e utilizzare servizi comuni.

La piazza: incontro, mixitè, rappresentazione, celebrazione

Dalla città greca alla città romana fino alla città del medioevo e del rinascimento decisivo è stato il ruolo delle piazze: le piazze come il luogo dell’incontro tra le persone (i ricchi e i poveri, i cittadini e i foresti, i proprietari e i proletari, gli adulti e i bambini). Le piazze come i luoghi della mixitè e della libertà.
Nelle piazze i membri delle singole famiglie diventavano cittadini, membri di una comunità. Lì celebravano i loro riti religiosi, si incontravano e scambiavano informazioni e sentimenti, cercavano e offrivano lavoro, accorrevano quando c’era un evento importante per la città. E il ruolo che svolgevano era sempre correlato alle condizioni della società, al tempo e al contesto cui erano riferiti: un allarme o una festa, la celebrazione di una vittoria o di una festa religiosa, la pronuncia di un giudizio o una sanguinosa esecuzione.

I luoghi del consumo comune

Le piazze non erano solo dei luoghi aperti. Erano lo spazio sul quale affacciavano gli edifici principali, gli edifici destinati allo svolgimento delle funzioni comuni: il mercato e il tribunale, la chiesa e il palazzo del governo cittadino. Il loro ruolo sarebbe stato sterile se non fossero state parte integrante del sistema dei luoghi ordinati al consumo comune dello scambio e del giudizio, della celebrazione dei valori comuni e del governo della polis.

Le piazze erano i fuochi dell’ordinamento della città. Le piazze e le strade che le connettevano costituivano l’ossatura della città. Le abitazioni e le botteghe ne costituivano il tessuto. Una città senza le sue piazze era inconcepibile come un corpo umano senza scheletro.

Non sono comuni solo gli spazi pubblici

Se noi guardiamo con una certa attenzione la rappresentazione di una città del medioevo europeo troviamo la puntuale testimonianza di questo ruolo ordinatore del sistema degli spazi pubblici. Ma troviamo anche un più ampio significato del concetto di spazio pubblico. Vediamo che non è pubblico solo il sistema degli spazi, aperti e costruiti, d’uso collettivo, ma è pubblico, comune, anche qualcos’altro. Qualcosa che determina il modo in cui i luoghi peculiari al privato (la casa, il capannone, la bottega) vengano ordinati.
Sono pubbliche, insomma, anche le regole che guidano l’intervento delle famiglie, degli abitanti, delle imprese. Regole scritte, a volte disegnate, e regole determinate dalla cultura costruttiva. Regole prescritte dalla politica fondiaria della città, che a volte era padrona del terreno sul quale la città sorgeva, e ne dava in uso i lotti alle famiglie, altre volte imponeva norme e criteri per l’utilizzazione delle aree private.
Possiamo dire che inizia un percorso dal concetto di spazio pubblico al concetto di città pubblica: non sono più comuni, collettivi, pubblici solo una serie di spazi ritagliati dall’insieme del contesto urbano, ma è la città in quanto tale che riconosciamo come struttura comune, collettiva, pubblica.

DALLA FABBRICA AL WELFARE

Una rottura…

l conflitto tra dimensione privata e dimensione collettiva, tra momento individuale e momento collettivo si è sempre manifestato nella storia – come quello tra esclusione e inclusione. Con il trionfo del sistema capitalistico-borghese esso assume una configurazione particolarmente rilevante per la città.
Il prevalere dell’individualismo porta a due conseguenze, entrambe negative. Sul versante della struttura, esso conduce alla frammentazione e privatizzazione della proprietà del suolo urbano, minando una delle basi della capacità regolativa della polis. Sul versante dell’ideologia conduce all’affievolirsi dei vincoli e dei valori sociali impliciti nel concetto di cittadinanza.
Ma dall’altro lato le caratteristiche proprie della produzione capitalistica provocano effetti di segno opposto. L’inclusione di tutti i portatori di forza lavoro, i servi sfuggiti alla miseria delle campagne e accorsi alla città “la cui aria li renderà liberi” pone le premesse materiali all’allargamento della democrazia. Contemporaneamente il conflitto di classe che di quel sistema è l’inevitabile prodotto conduce al formarsi di una nuova solidarietà nel campo del lavoro. Possiamo dire che s’indebolisce la solidarietà cittadina ma nasce e s’irrobustisce la solidarietà di fabbrica e da questa, progressivamente, germoglia una nuova domanda di spazio pubblico.
Dal movimento culturale, sociale e politico scaturito dalla solidarietà di fabbrica nasce la spinta a ottenere il soddisfacimento di bisogni antichi negati dal prevalere del nuovo sistema e, soprattutto, di nuovi bisogni nati dall’affermarsi della democrazia: attraverso le loro azioni e le loro rappresentanze entrano nel campo dei decisori le grandi masse fino allora escluse.

… e una faticosa conquista

L’incontro tra la pressione organizzata del mondo del lavoro e il pensiero critico e costruttivo degli intellettuali riuscì a incidere in modo consistente sull’allargamento dello spazio pubblico, nella città e nella società. Nel corso del “secolo breve” possiamo infatti vedere l’affermarsi di alcune componenti di quel carattere pubblico della città che prenderà il nome di “diritto alla città” e, nei nostri anni e con un significato analogo, “città come bene comune”.
Lo vediamo nell’affermarsi del diritto socialmente garantito all’uso di un alloggio adeguato alle necessità, e alla capacità di spesa, delle famiglie degli addetti alla produzione. Come lo vediamo nella nascita, e poi nel consolidamento, di servizi che soddisfano collettivamente alcuni dei bisogni che nel passato erano svolti nell’ambito familiare: dall’apprendimento alla cura della prole, dalla salute alla cultura. Le scuole, gli asili nido, le biblioteche, gli ambulatori e gli ospedali, i parchi e le palestre cominciano a diventare presenze la cui quantità e qualità misura il grado di civiltà dei diversi stati.
Nei paesi della socialdemocrazia europea interi quartieri, intere parti di città vengono progettate, costruite e gestite per le famiglie degli operai e degli impiegati, con una ricchezza di dotazioni pubbliche che solo molto più tardi vengono raggiunte altrove.

Le riforme in Italia

In Italia, all’inizio del XX secolo cominciano a nascere iniziative mutualistiche e municipali per affrontare socialmente il problema della casa per determinate categorie di cittadini più bisognose. Ma poi occorre aspettare la caduta del fascismo, l’instaurazione della Repubblica “fondata sul lavoro” e il superamento della fase contraddittoria della ricostruzione per compiere alcuni passi rilevanti.
È negli anni Sessanta del secolo scorso che si sviluppano iniziative che conducono ad avvicinarsi al raggiungimento di tre grandi obiettivi della “città pubblica”:
- la presenza diffusa e generalizzata di spazi destinati alle attività collettive
- il controllo pubblico di tutte le componenti dello stock abitativo (dall’edilizia pubblica a quella sociale e a quella privata);
- la generalizzazione della definizione e del controllo di regole comuni alle trasformazioni del territorio, in particolare quelle derivate dall’urbanizzazione
Questi obiettivi sono stati raggiunti in modo incompleto. In particolare, non è stato raggiunto quello che avrebbe dovuto costituire la base strutturale degli altri obiettivi: il controllo della rendita immobiliare

La rendita

Ricordiamo che cos’è la rendita. Essa è la quota di reddito che non corrisponde né allo svolgimento di un lavoro (salario) né al’esercizio di un’attività imprenditiva (profitto). Esso remunera unicamente la proprietà. In particolare, la rendita immobiliare urbana si forma e cresce per effetto delle decisioni e gli interventi della collettività, storica e attuale. Che un suolo da agricolo sia diventato o diventi oggi urbano non è dipeso né dipende certo dall’ingegno, dall’imprenditorialità, dal lavoro del suo proprietario. Perciò gli economisti classici e il pensiero liberale parlano di rendita parassitaria. È la città, la sua espansione, la sua attrezzatura che determinano l’incremento del valore della rendita. Quindi è fortissimo l’interesse dei proprietari di dettar legge nelle regole della città. Storicamente ci sono riusciti spesso, soprattutto in Italia. Ed è la pressione della rendita, e l’arrendevolezza verso di esse dei decisori pubblici, che rendono invivibili le città.
Controllare la rendita immobiliare, il suo accrescimento e la sua destinazione, è la condizione perché la collettività possa raggiungere nel concreto i propri obiettivi. Finché quella condizione non viene raggiunta il conflitto tra interesse pubblico e interessi privati dei proprietari immobiliari minaccia continuamente di veder soccombere il primo. Perché ciò non avvenga è necessario che l’interesse collettivo sia rappresentato da un potere politico fortemente determinato a difenderne le ragioni. Un simile potere politico, in Italia, si è manifestato solo in brevi ed eccezionali momenti, ma poi è stato sempre rapidamente sconfitto.

Successi e limiti

Gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso sono stati davvero centrali, in Italia, dal punto di vista della conquista di un assetto soddisfacente per la città e per l’affermazione del suo carattere pubblico. È utile ricordarne qualche elemento.
Sul piano legislativo e normativo i due grandi successi:
- l’affermazione del diritto di ogni abitante di disporre di una determinata quantità di spazi pubblici (1967 e 1968), e il finanziamento degli spazi pubblici con gli oneri di urbanizzazione e di costruzione (1977);
- l’apprestamento degli strumenti per una politica della casa che consentivano il governo pubblico di tutti i segmenti dello stock abitativo: l edilizia pubblica e quella sociale con i PEEP (1962-1971), la programmazione dell’intervento pubblico con la filiera Stato-regioni-comuni (1971), il recupero dell’edilizia esistente e degradata (1978), il calmieramento ragionevole del mercato privato (1979).

Un insegnamento positivo......

Vorrei sottolineare un insegnamento positivo: il forte impegno dei detentori del sapere nell’azione sociale che c’è stato in quegli anni. Ciò ha dato alle masse le parole d’ordine e le soluzioni praticabili per cui lottare con successo.
Due le condizioni che lo hanno consentito:
1. la capacità degli intellettuali di ascoltare le esigenze inespresse che nascevano dalla società, e cercare e trovare gli argomenti, i fondamenti teorici, le possibilità tecniche e le parole giuste per far comprendere i cambiamenti possibili;
2. la capacità della società di costruire e adoperare gli strumenti economici (il sindacato) e politici (i partiti) capaci di imporre le soluzioni

...e un insegnamento negativo

Ma voglio segnalare anche un insegnamento negativo: l’applicazione meramente burocratica, non innovativa, spesso ritardatrice degli stessi risultati raggiunti. Sia da parte degli urbanisti e delle istituzioni.
Ad esempio, gli standard urbanistici e le “zone territoriali omogenee” erano stati concepiti come strumenti per misurare, prescrittivamente, le quantità di spazi pubblici riservati nei piani urbanistici. Sono diventati la stanca formula di progettazione della città, dividendola artificiosamente in zone A, B, C, e così via, ignorando e cancellando la complessità, la mixitè, l’articolazione reale degli spazi che della città costituiscono l’essenza.
Ancora un esempio. L’applicazione pedissequa degli standard urbanistici (tanti mq per la scuola elementare, tanti per gli ambulatori, e i mercati, e le chiese, tanti per il parcheggi, e il verde ecc.), ha condotto spesso alla suddivisione dello spazio pubblico nelle sue diverse componenti funzionali (qui la scuola, là il mercato, più in là l’asilo nido, altrove la palestra e gli impianti sportivi, altrove il parco) dimenticando l’insegnamento della “piazza”, del luogo dove gli interessi confluiscono e le persone s’incontrano.
Ma un insegnamento negativo è venuto anche dalla politica e della società, dove si è manifestata la graduale perdita della capacità di azione riformatrice (non “riformista”) da parte dei partiti, sotto la sferza del terrorismo di destra e di sinistra, e il prevalere, nella società, del rifugiarsi dell’uomo nell’individualismo, nell’intimismo, nel privato.

LA SVOLTA

Crisi del carattere pubblico della città

Certo è che oggi la situazione della città e l’orientamento delle politiche urbane sono radicalmente diverse da quelle che la storia delle nostre città ci suggerisce, sia che le osserviamo alla luce del lungo periodo che se ci riferiamo ai secoli più vicini.
Il carattere pubblico della città è profondamente in crisi: è negato in tutti i suoi elementi. A cominciare dal suo fondamento: la possibilità della collettività di decidere gli usi del suolo, o attraverso lo strumento patrimoniale (proprietà pubblica dei suoli urbanizzabili o appartenenza pubblica del diritto a costruire), oppure attraverso quello di una pianificazione urbanistica efficace, autorevole, condivisa da chi esercita il governo in nome degli interessi generali.
Oggi moltissimi, anche nell’area “riformista”, non si vergognano di parlare di “vocazione edificatoria” dei suoli, e di considerare perverso “vincolo” ogni destinazione del terreno che non sia quella edilizia. Oggi si propone di sostituire la pianificazione pubblica con la contrattazione delle decisioni sulla città con la proprietà immobiliare come nella proposta di legge Lupi per il governo del territorio, che si riuscì a fermare nella XV legislatura ma che è oggi di nuovo in discussione in Parlamento.
Si arriva addirittura a voler decretare che il diritto di edificare appartiene strutturalmente alla proprietà del suolo. Il Disegno di legge delega” in materia di edilizia reso noto afferma che il governo è delegato a emanare norme, in particolare, per quanto riguarda la “individuazione degli interventi di trasformazione urbanistico-edilizia e di conservazione comunque realizzabili quali espressione del diritto di edificare connaturato alla proprietà fondiaria ed edilizia”. Un’affermazione che in questi termini non era mai apparsa nel diritto italiano, e che ci si era invece illusi, nella prima metà degli anni Settanta, di capovolgere esplicitamente ne suo contrario .
Gli standard urbanistici, lo strumento di base per ottenere una quantità ragionevole di aree da dedicare agli spazi, alle attrezzature, ai servizi d’interesse comune, sono in decadenza, e se ne propone addirittura l’abolizione o la “regionalizzazione”: come se il diritto di disporre di scuole, parchi, piazze, mercati, attrezzature sanitarie, biblioteche, palestre fosse diverso per gli abitanti della Puglia e quelli del Veneto. Le aree già destinate dai piani a spazi pubblici, e quelle già acquisite al patrimonio collettivo, sono erose da utilizzazioni private, o distorte nel loro uso dalla commercializzazione. Il gettito finanziario rigorosamente destinato dalla legge alla realizzazione degli spazi e delle attrezzature pubbliche, gli “oneri di urbanizzazione”, viene dirottato verso le spese correnti dei comuni, utilizzato per pagare gli stipendi o le grandi opere di prestigio.
Alle piazze reali, caratterizzate dall’essere luoghi aperti a tutti, disponibili a tutte le ore, e per diverse attività (passeggio, incontro, gioco, ecc.), luoghi inseriti senza discontinuità negli spazi della vita quotidiana, si sono sostituite le grandi cattedrali del commercio, caratterizzate dalla chiusura ai “diversi” (in nome della sicurezza), dall’obbligo implicito di ridurre l’interesse del frequentatore all’acquisto di merci (per di più sempre più superflue). La piazza, luogo dell’integrazione, della varietà, della libertà d’accesso, è sostituita dal grande centro commerciale, dall’outlet, dall’aeroporto o dalla stazione ferroviaria (da quelli che sono stati definiti “non luoghi”). Parallelamente il cittadino si riduce a cliente, il portatore di diritti si riduce a portatore di carta di credito.
L’abitazione non è più un diritto che deve essere assicurato a tutti, indipendentemente dal reddito o dalla condizione sociale. Ognuno è solo al cospetto del mercato, e di un mercato caratterizzato dall’incidenza crescente della rendita. Cancellata da un decennio ogni risorsa destinata all’edilizia sociale. Privatizzata l’edilizia pubblica, realizzata con i contributi di tutti i lavoratori. Ridotta ai margini la disponibilità di alloggi in affitto, proprio quando il lavoro diventa precario, oggetto di un inseguimento che obbliga a una maggiore mobilità sul territorio.. Demolita ogni forma di contenimento dei canoni di locazione delle case private, contribuendo con ciò poderosamente all’aumento della povertà e dell’emarginazione.

L’uomo e la società

Perché tutto questo è successo? Se diamo un giudizio negativo sul cambiamento che si è manifestato, sul suo senso e sui suoi risultati, e vogliamo contribuire a invertire la tendenza, dobbiamo innanzitutto comprendere le ragioni .
La ragione di fondo sta certamente nel mutato rapporto tra uomo e società.
I sociologi e gli antropologi hanno coniato molte definizioni per esprimere sinteticamente e criticamente la società e l’uomo di oggi: per denunciare una situazione che è il punto d’arrivo d’un progresso lungo, cominciato molto tempo fa, ma che ha ricevuto una fortissima accelerazione negli ultimi decenni.
L’aspetto centrale è quello che Richard Sennett chiama “il declino dell’uomo pubblico”: la rottura dell’equilibrio che lega tra loro le due essenziali dimensioni d’ogni persona: la dimensione pubblica, collettiva, comune e la dimensione privata, individuale, intima. E’ quell’equilibrio che si esprime fisicamente nei nostri centri storici e nei nostri paesi, là dove vediamo la strada (dove non è invasa dalle auto) e la piazza costituire il naturale prolungamento della vita che si svolge nell’abitazione.
Contemporaneamente, l’uomo è stato ridotto alla sua dimensione economica: prima alla condizione di mero strumento della produzione di merci, poi a quella di mero strumento del consumo di merci prodotte in modo ridondante, opulento, superfluo. L’alienazione del lavoro prima, l’alienazione del consumo poi. Il lavoratore ridotto a venditore della propria forza lavoro prima, il cittadino ridotto a cliente poi.
Infine, la politica è diventata a sua volta serva dell’economia, si è appiattita sul breve periodo, è divenuta priva della capacità di costruire un convincente progetto di società: priva della capacità di analizzare e di proporre.

Il mondo e la città

Il mondo e le città sono dominati dalla globalizzazione. Questa non è in sé un fatto negativo. Negativo è il modo in cui il neoliberalismo (la sua ideologia e le sue pratiche) se ne è impadronito e la gestisce.
Si è diffuso ed è diventato egemone un “pensiero unico”, per il quale gli unici “valori” sono quelli partoriti, elaborati, cesellati dalla civiltà “occidentale”, o “atlantica”. Valori e modelli di vita da imporre al resto del mondo, a civiltà diverse, anch’esse forse portatrici di verità, principi, modelli di vita dai quali magari qualcosa di utile per il miglioramento dell’umanità si potrebbe assumere.
Si è diffuso un modello economico-sociale devastante, ciò che nel mondo si definisce neoliberalismo: la fase attuale del sistema capitalistico-borghese.
Inutile ricordare qui i suoi effetti sull’ambiente, sulle condizioni e le prospettive del nostro pianeta – il vero e proprio saccheggio di risorse esauribili nella ricerca di una continua e crescente produzione di merci sempre più gratuite, suiperflue, ridondanti, prive di finalità con i bisogni reali di crescita dell’uomo.
Inutile ricordare i suoi effetti sul lavoro. Questo costituisce la strumento essenziale dell’uomo per comprendere e trasformare il mondo di cui è parte. Esso è la base della dimensione sociale della persona umana. Oggi è reso precario, privato dei diritti, sempre più marginale rispetto al processo delle decisioni.
Vorrei sottolineare il fatto che il neoliberalismo è la matrice culturale dell’opinione corrente, del pensiero unico inculcato alla gente, e soprattutto della strategia dalla quale nascono le politiche urbane in tutt’Europa (e nel resto del mondo).

Le politiche urbane del neoliberalismo

Le politiche urbane del neoliberalismo accentuano tutti i fenomeni di segregazione, discriminazione, diseguaglianza che già esistono nelle città.
Lo smantellamento delle conquiste del welfare urbano ne è una componente aggressiva, soprattutto nel nostro paese dove – a differenza che altrove – non c’è mai stata un’amministrazione pubblica autorevole, qualificata, competente, e dove salario e profitto sono stati sistematicamente taglieggiati dalle rendite.
Un’altra componente è la tendenziale privatizzazione d’ogni bene comune - nella città e nel territorio - che possa dar luogo a guadagni privati: dall’acqua agli spazi pubblici, dall’università alla casa per i meno abbienti, dall’assistenza sanitaria ai trasporti. La città diventa una merce: nel suo insieme e nelle sue parti.
Una ulteriore componente è la progressiva riduzione degli spazi di vita collettiva e di partecipazione sociale, soprattutto a partire da due momenti:
- quando l’obiettivo della “governabilità” è diventato dominante rispetto a quello della “partecipazione”, e si sono impoveriti alcuni decisivi momenti della democrazia nell’ ambito di tutte le istituzioni, dallo stato ai comuni;
- quando il crollo delle Twin Towers ha fornito la giustificazione – o l’alibi – alla pratica della priorità assoluta della sicurezza su qualunque altro bisogno, esigenza, necessità sociale.
Nei confronti degli spazi pubblici si produce quindi una devastazione che ne colpisce l’uno e l’altro versante: quello della loro consistenza fisica e quello della loro consistenza sociale. Si riducono sempre di più gli spazi pubblici nei quali vivere insieme, come si riducono gli spazi, reali e virtuali, per la discussione, la partecipazione, la critica o la condivisione della politica.

CHE FARE, OGGI PER DOMANI

Un riepilogo

Credo che sia emerso chiaramente che al concetto di spazio pubblico attribuisco un significato molto ampio. È spazio pubblico la piazza, diventano spazio pubblico gli standard urbanistici, è spazio pubblico una politica sociale per la casa. Ma è spazio pubblico l’erogazione di servizi e attività aperti a tutti gli abitanti: dalla scuola alla salute, dalla ricreazione alla cultura, dall’apprendimento al lavoro. È spazio pubblico la possibilità di ogni cittadino di partecipare alla vita della città e delle sue istituzioni, è spazio pubblico la democrazia e il modo di praticarla al di là delle strettoie dell’attuale configurazione della democrazia rappresentativa. Ed è spazio pubblico la capacità della collettività di governare le trasformazioni urbane mediante i due strumenti essenziali: una politica del patrimonio immobiliare che restituisca alla collettività gli aumenti di valore che derivano dalle sue decisioni e dalle sue opere, e una politica di pianificazione del territorio, in tutte le sue componenti.
In questa sua accezione la conquista dello spazio pubblico è stata, ed è tuttora, il risultato di un processo storico caratterizzato da faticose conquiste e sofferte sconfitte. Lo sarà anche in futuro. Per costruire un futuro accettabile è necessario collocarci nella storia: avere consapevolezza di ciò che è alle nostre spalle, comprendere la condizione che viviamo oggi e scoprire in essa i germi di un futuro possibile.
Credo di aver sufficientemente argomentato come e perché gli spazi pubblici siano oggi a rischio. Ho accennato ai rischi principali. Ho individuato la loro matrice ideologica in quel declino dell’uomo pubblico che molti pensatori denunciano da tempo; un declino che ha forse la sua radice in quell’alienazione del lavoro, ossia nella finalizzazione dell’attività primaria dell’uomo sociale ad “altro da sé”, che costituisce l’essenza del sistema capitalistico. E ho indicato la loro matrice strutturale nel dominio del diritto alla proprietà privata e individuale sopra ogni altro diritto, che costituisce il fondamento dei sistemi giuridici vigenti, in Italia e altrove, e che in questi devastanti anni italiani si tende ad accentuare oltre ogni limite, decretando che il diritto a edificare è connaturato alla proprietà fondiaria ed edilizia.

Opporsi, come?

A questi rischi bisogna opporsi. Per farlo occorrono a mio parere due cose.
Da un lato, la consapevolezza piena della condizione in cui viviamo e, insieme, quella della nostra possibilità di concorrere alla sua modificazione. La storia non è ancora scritta: siamo noi che la scriviamo. Se non abbiamo questa consapevolezza, della storia siamo inevitabilmente vittime passive e imbelli.
Dall’altro lato, la paziente ricerca degli appigli cui aggrapparsi, delle forze su cui far leva, degli interessi da mobilitare, per avviare e proseguire una linea alternativa. Per dirla con Italo Calvino, per resistere all’inferno, dobbiamo “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Che cosa c’è nell’inferno “che non è inferno”?

Per mezzo secolo ho lavorato attorno a questi temi come urbanista, spesso prestato alla politica. Chi ha avuto le esperienze che ho avuto io rivolge il suo sguardo in primo luogo alla politica. È alla politica – alla dialettica tra le parti che essa esprime – che spetterebbe configurare e proporre un “progetto di società”, e in relazione a questo un progetto di città e di territorio. Sono esistiti tempi in cui è stato così. Io li ho vissuti.
Oggi non è più così. Oggi non credo che si possa fare affidamento alla politica dei partiti. Credo che nessuno dei partiti esistenti abbia le carte in regola.
Certo, ci sono differenze, anche forti. Per esempio, tra
- i partiti che esprimono con pienezza e arroganza gli interessi dei potentati economici e, in Italia, quelli delle componenti più parassitarie del mondo capitalistico,
- i partiti che, pur non esprimendo direttamente quegli interessi, ne condividono l’ideologia di fondo,: per esempio, credono ancora che il Prodotto interno lordo sia l’unità di misura del livello di civiltà raggiunto, o che il termine “sviluppo” coincida con quello di continuo aumento della produzione e del consumo di merci indipendentemente dalla loro utilità umana e sociale, oppure che la governabilità sia più importante della democrazia;
- i partiti che, pur esprimendo l’esigenza di una critica radicale al sistema economico-sociale e all’ideologia del liberalismo, non riescono a formulare un’analisi adeguata, a costruire su di essa un progetto di società e a dare gambe sociali a un’azione politica.

Orfani della politica

Oggi siamo orfani della politica. Io credo allora che, pur senza rassegnarci a questa precaria condizione, dobbiamo lavorare su due referenti, nei confronti di due recapiti.
In primo luogo, i movimenti che affiorano dalla società, e che aspirano a un superamento delle condizioni date. Essi crescono mese per mese: sono fragili, discontinui, spesso abbarbicati al “locale” da cui sono nati. Eppure, nonostante la loro attuale fragilità, testimoniano una volontà di impegnarsi in prima persona per cambiare le cose, e sempre più spesso, riescono ad aggregarsi in reti più ampie, a inventare strumenti per consolidarsi e dare durata alla loro azione, a comprendere meglio le cause da cui nascono i guasti contro i quali si ribellano.
Mi sembra che un recente segnale molto positivo della forza e dell’intelligenza critica latenti nella società, espressiva di principi di solidarietà e di consapevolezza del ruolo insostituibile della presenza pubblica, sia rappresentata dall’Onda che si è sollevata dal mondo della scuola, in quasi tutte le sue componenti: dalle primarie alle università, dagli studenti ai docenti al personale ausiliario.
L’altro interlocutore cui dobbiamo guardare sono le istituzioni: i comuni, le province, le regioni, il parlamento. Naturalmente con maggiore attenzione per la prima, perché più sensibile al “locale”, cioè al luogo ove finora si manifesta la maggior pressione dei movimenti, ma non dimenticando mai che occorre avere una visione multiscalare: dal locale al globale, attraverso tutte le scale intermedia. Una visione corrispondente alle molteplici “patrie” di cui ciascuno di noi è cittadino: dal paese e dal quartiere, dalla città alla regione e alla nazione, all’Europa e al mondo.

Gli esperti

Sono convinto che in questo lavoro un compito grande spetti agli intellettuali, soprattutto a quelli che hanno nella città (come urbs, come civitas e come polis) il loro specifico campo d’azione. Siamo intellettuali, siamo depositari d’un sapere che dobbiamo amministrare al servizio della società. Dobbiamo saper ascoltare la società, individuare le esigenze che sollecitano alla costruzione di una città bella perché buona, perché equa, perché aperta. E a quelle esigenze dobbiamo saper dare risposte: come hanno saputo fare i nostri padri negli anni Sessanta.
Comprendere le esigenze che affiorano e saper fornire i saperi necessari a trovare le parole d’ordine giuste. E raccontare, in termini semplici e fuori dal nostro glossario, in che modo le pratiche correnti della “urbanistica reale” rendano più povera, più precaria, più difficile la vita delle donne e degli uomini, in particolare delle componenti più deboli.


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Salzano, Edoardo
( 12.08.2012 16:05 )
( 12.08.2012 06:09 )

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